Il tempo che scorre, il suono che resta

Nella nostra sezione eterogena di 19 bambini della scuola dell’infanzia statale di Pettoranello del Molise ad indirizzo Montessori, sono presenti, su un mobile basso a portata di bambino, due oggetti che, pur nella loro semplicità, hanno assunto nel tempo una valenza per tutti noi quasi sacrale: la clessidra e la campanella. Non sono semplici strumenti di gestione del gruppo, ma veri e propri mediatori che aiutano il bambino a negoziare con il proprio impulso e a trovare un centro di gravità interiore.

La clessidra: quando il tempo prende forma

Il concetto di “tempo” è, per sua natura, astratto e spesso fonte di ansia, specialmente per i bambini più vivaci, che faticano a gestire tempi sempre più scanditi e ristretti stabiliti dagli adulti. La sabbia che scende trasforma un concetto astratto in un processo fisico ben osservabile, che il bambino può monitorare autonomamente. La clessidra compie una piccola magia, dunque, rendendo il tempo visibile. Poter dire “Termino quando la sabbia è tutta giù” restituisce al bambino un senso di padronanza, dove l’ansia tende a placarsi perché il limite non è più una volontà esterna impositiva, ma un evento naturale che lui stesso può governare con lo sguardo.

È sorprendente osservare come i bambini più irrequieti, in un momento di consapevolezza, vadano a cercare lo strumento in autonomia. Ricordo M., un bambino di 5 anni che sembrava abitare un corpo costantemente in fuga. Una mattina arrivò in sezione come un turbine: i suoi gesti erano scattanti, l’energia quasi elettrica, con un respiro affannoso. Si avvicinò al tavolo dei travasi, ma le sue mani tremavano per la fretta di “aver già finito” ancora prima di iniziare. Gli porsi la clessidra quasi in un sussurro: “Ti serve questa per tenere il tempo al sicuro?”. Lui non rispose a parole, ma i suoi occhi si illuminarono di un sollievo immediato. Afferrò lo strumento e lo piazzò davanti a sé come uno scudo. In quel gesto non c’era solo la voglia di portare a termine un lavoro liberamente scelto, ma una richiesta di aiuto silenziosa: “Aiutami a stare qui, perché da solo mi perdo”. Mentre la sabbia scendeva, vidi la magia: le sue spalle pian piano si abbassarono, il respiro divenne regolare e i suoi movimenti, prima convulsi, si fecero lenti e intenzionali. La clessidra non stava contando i minuti; stava costruendo un argine entro cui la sua energia poteva finalmente scorrere senza straripare. Trascorsi i cinque minuti, lui stesso la capovolse per continuare a stare in quel lavoro per altri cinque minuti.

Allo stesso modo, l’adulto può offrirla come “ponte” verso il riordino: “Tra cinque minuti, quando l’ultimo granello sarà sceso, avremo cura di riordinare i nostri materiali”. Diventa pertanto un processo naturale che si esaurisce visivamente, preparando il bambino al cambiamento di attività o di ambiente, senza creare ansia o angoscia.

La campanella: dal gioco alla responsabilità sociale

Se la clessidra parla alla vista, la campanella parla all’udito e all’intera comunità di bambini e adulti. È stata introdotta all’inizio dell’anno come un oggetto magico e un po’ speciale, attraverso giochi di presentazione e di conoscenza. Oggi la campanella è diventata un autentico strumento di cittadinanza: i bambini la utilizzano in modi e tempi differenti, portandone il valore in ogni angolo della scuola. Descrivo in breve tre giochi e/o attività che proponiamo regolarmente:

  • Il rito della fila: utilizziamo la campanella per favorire l’attesa e l’ordine. Un bambino suona, chiama un amico, e questi ripete il gesto prima di unirsi alla fila. Esiste un prima e un dopo, non si può suonare e chiamare l’amico nello stesso momento. Questo rituale trasforma un momento logistico in un esercizio di attenzione, di rispetto per l’altro e di accettazione dell’attesa.
  • L’esperimento del cerchio: in un clima di silenzio raccolto, (circle time), abbiamo proposto di passare la campanella di mano in mano senza farla suonare. Al centro, la nostra clessidra che scandisce i cinque minuti. I bambini osservano affascinati quanti “giri di cerchio” compie la campanella prima che la sabbia finisca. È una prova di controllo motorio e coordinazione collettiva di rara intensità che piace moltissimo ai bambini.
  • L’autonomia del silenzio: l’aspetto più commovente è l’uso spontaneo che ne fanno i bambini. Quando l’ambiente diventa troppo rumoroso, non è raro che sia un bambino stesso a prendere la campanella. Capita spesso durante la mattinata che qualcuno si avvicini, la prenda in mano e inizi a suonarla, dicendo e ricordando che c’è troppo rumore. Quel suono manda un messaggio preciso: fermati, ascolta, riportiamo la calma.

Un progetto in evoluzione

Il nostro obiettivo pedagogico è quello di ampliare questo spazio sacrale. Vogliamo offrire ai bambini una varietà maggiore di stimoli: nuove clessidre con durate e densità differenti, e un set di campanelle diverse per materiale e timbro. Ogni suono con la sua personalità: rintocchi profondi che richiamano alla riflessione e suoni cristallini che invitano alla gioia. Offrire questa diversità significa permettere a ogni bambino di scegliere lo strumento che meglio risuona con la propria interiorità di quel momento preciso della giornata. In tale gesto rivive l’intuizione di Maria Montessori che aveva osservato quanto il silenzio non è sinonimo di assenza di rumore, ma è una conquista della volontà.

L’utilizzo quotidiano di questi strumenti dimostra chiaramente come l’autoregolazione non nasca dall’imposizione da parte degli adulti, ma dalla familiarità con oggetti che “contengono” l’energia del bambino. La clessidra e la campanella servono dunque a risvegliare nel bambino quel desiderio, di ordine e di armonia, già presente in lui. Osservarli mentre richiamano se stessi e i compagni al silenzio è la conferma che la disciplina, quando nasce dalla libertà, diventa una forma di cura reciproca, lasciando noi maestre affascinate da quanto osservano i nostri occhi e ascoltano le nostre orecchie.

Capita spesso anche a mensa. In attesa del pranzo, qualche bambino propone spontaneamente: “Facciamo il gioco del silenzio?”. O ancora, dopo il pasto, mentre i “camerieri” sono occupati a pulire, un bambino un giorno mi ha confessato: “Resterei sempre qui a pulire… c’è un silenzio!”. Tutto questo conferma il grande bisogno che hanno oggi i bambini di ascoltare il silenzio, di produrlo e, in esso, sentirsi finalmente accolti e ascoltati.

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