Se il comportamento dell’insegnante corrisponde alle esigenze del gruppo di bambini che le è affidato, l’insegnante vedrà nella sua classe le qualità sociali fiorire in modo sorprendente, e godrà di osservare queste manifestazioni dello spirito del bambino. È un grande privilegio poterle vedere; è il privilegio del pellegrino che arriva all’oasi e ode le acque che sgorgano dal seno sabbioso del deserto che sembrava aridamente infuocato, senza speranza; giacchè generalmente le qualità superiori dell’anima umana sono, nel bambino deviato, altrettanto nascoste, e, quando appaiono, l’insegnante, che le aveva presentite, le accoglie con la gioia della fede compensata. E nelle qualità del bambino vede l’uomo quale dovrebbe essere: il lavoratore che non si stanca mai perché ciò che lo spinge è l’entusiasmo perenne; quello che cerca il massimo sforzo, perché ha nel cuore la carità vera che sa come rispettare gli altri; è l’acqua che innaffia le radici della sua anima. In queste caratteristiche essa riconoscerà il vero bambino, padre dell’uomo vero.1
Sono stata per cinque anni la maestra di un gruppo di alunne e alunni della scuola primaria Dante Alighieri di Lucca, in una sezione ad indirizzo Montessori. Alla fine di questi cinque anni ho visto il risultato di un impegno quotidiano per una educazione alla libertà e alla pace. Educare alla libertà, educare senza che l’adulto vinca il bambino imponendo la propria autorità, è possibile. Frutto di un quotidiano e impegnativo lavoro, un patto di fiducia nei confronti di un’infanzia carica di un’energia che altro non è che una particella del fuoco infinito che è la vita.
Giugno 2023
Sono sola nell’aula che ho abitato per cinque anni. Sto ordinando materiali, libri e smontando pannelli… la verità è che provo un duplice sentimento: tristezza e felicità. Sono triste perché ho appena lasciato bambine e bambini, ormai ragazzi, alla fine del percorso di scuola primaria che mi ha riempito la vita per cinque anni. Sono felice perché ho lasciato ragazze e ragazzi curiosi, autonomi e assetati di conoscenza.
Abbiamo trascorso diverse stagioni insieme, seduti in cerchio, facendo con fatica i primi esercizi del silenzio fino a trascorrere tempi lunghissimi coinvolti in ragionamenti complessi.
È comunque ancora vivo il ricordo di come abbiamo iniziato, di come eravamo, spaventati, sconosciuti ed emozionati quel primo giorno di scuola di cinque anni fa.
Arrivavo da un’altra città e da un’altra professione, in classe mi attendeva una collega con cui avevo condiviso le numerose ore di formazione che mi hanno portata a scegliere una scuola ad indirizzo Montessori.
Non ero sola e questo mi ha aiutata a superare le mie prime paure (le preoccupazioni dei genitori - mio figlio imparerà anche senza un libro di testo? - come potrò verificare cosa fa a scuola? - come farà quando arriverà alle scuole medie? e i «minuscoli» 23 bambini).
Non mi sentivo pronta, era la mia prima esperienza da maestra. Non avendo certezze dovevo solo avere fede nelle parole lette nei libri e ripetute dalle formatrici che mi avevano svelato una parte del pensiero montessoriano.
Le insegnanti che vengono nelle nostre scuole devono avere una specie di fede che il bambino si rivelerà attraverso il lavoro. Esse devono staccarsi da ogni idea preconcetta che riguardi il livello a cui i bambini possono trovarsi. […] L’insegnante deve avere fede che il bambino che le sta davanti mostrerà la sua vera natura quando troverà un lavoro che lo attragga.2
Leggevo e rileggevo le pagine in cui Maria Montessori spiega con il suo linguaggio chiaro ed efficace come «catturare» l’interesse di un bambino offrendogli il lavoro adatto, allestendo l’ambiente, predisponendo il materiale di sviluppo e preparando lo spirito della maestra ma non è stato facile.
Ritrovarmi sola in una classe di 23 alunni di 5-6 anni non ancora normalizzati3 non è stato cosa da poco.
Osservazione e materiale di sviluppo
Nei primi due anni ho avuto momenti di grande sconforto. Ho trascorso anche giornate scolastiche orribili durante le quali tutto sembrava andare nel verso contrario, presentazioni di materiali mal riuscite, bambini rumorosi, bambini fuori controllo, alunni sopra e sotto i tavoli, materiali preparati con cura trattati male o addirittura mai considerati.
Con alcuni alunni ho avuto rapporti a dir poco complicati, che hanno impiegato quasi tutte le stagioni a disposizione per raggiungere un livello di quiete tale da potersi dedicare all’apprendimento.
Altro che osservazione del lavoro del bambino! Non riuscivo mai a fermarmi, c’era sempre qualcosa da presentare, riordinare, recuperare. Uscivo stremata e tutto quello che riuscivo a osservare, convinta che l’avrei ricordato per sempre senza trascriverlo immediatamente, piano piano sfumava lasciandomi un ricordo vago delle conquiste degli alunni.
Non riuscendo ad osservare con attenzione il lavoro di tutti non comprendevo come mai non lavorassero con tutti i materiali di sviluppo proposti e mi immergevo in una continua preparazione di nuove proposte, convinta che avrei dovuto variare attività al primo segnale di disinteresse o noia.
Cercavo rifugio nella costruzione di materiali per superare la frustrazione generata dalla mancanza di interesse rispetto ciò che offrivo. Era un fare senza respiro, una corsa senza sosta. Capii che stavo sbagliando qualcosa. Decisi di proseguire la mia formazione. È stato fondamentale.
Ho iniziato a seguire corsi di formazione Montessori che completarono la conoscenza dei materiali di sviluppo legata alle discipline, corso di aritmetica avanzata, scatole grammaticali, tutti i materiali di educazione cosmica quindi chimica, astronomia, inglese.
Ho avuto modo di tornare a riflettere su importanti concetti legati al ruolo della maestra e al concetto di ambiente e di comprendere più a fondo il pensiero pedagogico di Montessori.
Grazie agli incontri periodici tra maestre e maestri della Rete Montessori dell’alto Piemonte, a cui il mio istituto ha aderito per soli due anni, ai racconti di colleghe e colleghi, alle riflessioni comuni su come, per esempio, registrare le osservazioni in classe o costruire un racconto del percorso di apprendimento degli alunni da condividere con le famiglie, ho avuto modo di fermarmi e placare il rumore che rimbombava nella mia mente.
Questi incontri hanno sostenuto e chiarito il mio percorso, rivelandomi un orizzonte comune condiviso.
È stato a cavallo tra il terzo e il quarto anno, quando anche la paura della pandemia sfumava che ho iniziato ad osservare con serenità, a trascrivere ciò che vedevo e ciò che non vedevo, a non proporre in continuazione nuovi materiali.
Osservando i bambini e il loro lavoro riuscivo a comprendere quando e come presentare un nuovo materiale di sviluppo. Ero finalmente in grado di intercettare un interesse specifico, l’apertura di una finestra di apprendimento. Le presentazioni da rigide sequenze di parole e movimenti perfetti si sono evolute in momenti calmi e intimi a volte divertenti tra maestra e uno o più bambini. Il materiale riceveva una energia magnetica inesauribile.
Con il tempo ho imparato a mantenere il controllo del mio tono della voce, e più miglioravo e più il tono globale delle voci dei bambini si abbassava. Ho imparato ad avvicinarmi lentamente e a non avvicinarmi, ho imparato ad essere quasi invisibile. Ho imparato a lasciar usare il materiale in maniera diversa scoprendone nuovi utilizzi.
Durante l’ultimo anno oltre agli evidenti risultati didattici, diversi per ogni singolo studente, chiunque entrasse in classe si imbatteva in giovani donne e giovani uomini che avevano imparato ad essere liberi. Liberi nel pieno rispetto delle regole sociali e consapevoli della propria essenza.
Correvano per arrivare a scuola e se entravo dopo di loro, per esempio alla seconda ora, vedendomi arrivare mi attendevano alla fine delle scale per raccontarmi quale scoperta o quale processo matematico erano riusciti a compiere. Organizzavano angoli tematici lungo i corridoi per coinvolgere alunni delle classi inferiori in presentazioni e spiegazioni scientifiche. Programmavano attività di lettura in italiano, in inglese, in spagnolo per compagni più piccoli. Pregavano di rimanere a scuola al suono della campanella.
Sono stati implacabili.
Ho sempre lasciato molta libertà nelle loro ricerche, coinvolgendoli sempre tutti nei racconti cosmici che con gli anni sono divenuti sempre più ricchi, lasciandoli liberi di avventurarsi nello studio di aspetti della conoscenza che più li interessavano.
Non tutti hanno svolto studi su argomenti previsti da un programma scolastico definito, che spesso accompagna come un’ombra anche le maestre e i maestri di una classe Montessori, ma tutti hanno ascoltato con grande interesse i compagni che hanno condiviso le loro conoscenze. Tutti, attraverso percorsi completamente diversi, sono arrivati all’ultimo giorno del quinto e ultimo anno con la consapevolezza di essere parte di un sistema Terra.
In questo clima di condivisione del sapere, ognuno si è sentito libero (da confronti e giudizi) di strutturare la propria modalità di apprendimento trovando il mezzo più efficace per trattenere conoscenze e restituirle alla comunità.
Un gruppo classe che è divenuto comunità fatto di persone che hanno sperimentato la convivenza (non solo come atto sterile di occupazione contemporanea di uno spazio).
L’ambiente
Nonostante la fatica e la paura di non riuscire non vedevo l’ora di tornare in classe, verificare che tutto fosse in ordine, provare una nuova disposizione degli arredi per rallentare i movimenti all’interno dell’aula e facilitare i tempi di lavoro. Durante i primi due anni mi sono concentrata molto sulla cura e la preparazione della classe, trascurando, per mancanza di tempo ed energie, il lavoro su di me.
Durante tutte le stagioni ho sempre lavorato molto sull’ambiente aula che è sempre stata caratterizzata da una distribuzione spaziale tale da permettere il movimento. Gli spazi vuoti dove poter lavorare a terra, e angoli più intimi dove cercare una concentrazione maggiore, non sono mai mancati.
La cura dei materiali, acquistati o preparati, ha allenato al bello gli occhi e il cuore dei bambini che sono molto attenti ai dettagli. Crescere in una classe sempre in ordine, dove tutto è leggibile, raggiungibile, utilizzabile, pulibile e rigorosamente bello ha lasciato un segno indelebile nel percorso di questi bambini.
L’ho visto quando preparavano i loro prodotti per conferenze o attività di vario tipo, sempre attenti al dettaglio, sensibili sia alla correttezza del contenuto che all’aspetto estetico.
Abbiamo avuto un grande acquario con pesci d’acqua dolce, un terrario con le lumache, una gabbietta con un criceto, bruchi che sono diventati farfalle. Abbiamo coltivato zucchine, pomodori, erbe aromatiche e funghi.
Mi è stato molto utile l’aiuto di uno sguardo esperto esterno che entrando nella classe ha portato alla luce il mio attaccamento a materiali e prodotti grafici divenuti superflui. È fondamentale che la maestra riesca a superare la paura dell’abbandono dei materiali di sviluppo. È necessario togliere da pareti e scaffali gli oggetti per noi rassicuranti che però non servono più.
Abbiamo sempre lasciato le scarpe fuori dall’aula, scarpe che invece ci hanno portato alla scoperta di ciò che è fuori.
Dalla metà del primo anno fino all’ultimo giorno della quinta siamo usciti dalla scuola più che potevamo, rientrandovi con un pezzo di mondo negli occhi pronti per trasformarlo in sapere. È stato così che in questo andare e tornare, in queste attività in giro per la città durante il primo anno gli alunni hanno scoperto che potevano «leggere» la propria città.
L’idea di utilizzare la città e il territorio circostante come espansione dell’aula ci ha dato la possibilità di osservare direttamente alberi, foglie, insetti, cielo, nuvole, stelle, pianeti, geometrie e poi avviare ricerche e riflessioni in classe.
L’aula per quanto ricca e ordinata non basta mai, non solo per alunni e alunne di una classe Montessori.
Patti
Fondamentale per la riuscita di questo percorso è stato il patto educativo e di fiducia con le famiglie. Un patto che è stato rinnovato ogni anno.
Ho visto mutare giorno dopo giorno lo sguardo di ogni genitore, smarrito e impaurito durante i primi due, tre anni, emozionato e pieno di gratitudine negli ultimi due.
Senza il loro sostegno economico per l’acquisto di materiali e l’appoggio in momenti difficili tutto ciò non sarebbe stato possibile. Ritengo fondamentale che da parte degli Istituti che scelgono di offrire un percorso Montessori ci sia un serio impegno nel sostenere un progetto che ambisca a seguirne, nel miglior modo possibile, i principi pedagogici, offrendo spazi, strumenti adeguati, formazione e momenti di confronto a maestre e maestri che scelgono di intraprendere un tale percorso non sempre facile.
Bibliografia
-
Maria Montessori, La mente del bambino, Garzanti, Milano 2012, p. 277. ↩︎
-
Maria Montessori, La mente del bambino, cit., p. 271. ↩︎
-
La normalizzazione è il processo in cui il bambino raggiunge gradualmente l’ordine, l’autodisciplina e la socializzazione, cioè la capacità di apprezzare, rispettare e cooperare con gli altri. ↩︎
