Negli albi illustrati immagini, parole e oggetto costituiscono tre dimensioni significative che si fondono creando un linguaggio unico e facendo della lettura un’esperienza profonda. Le immagini toccano dove la parola non arriverebbe e, allo stesso tempo, la parola simbolizza un sentire profondo. Ma l’albo è un oggetto che si vive con il corpo: si prende in mano, si apre, si sfoglia, si capovolge, ha un peso, un formato, una consistenza della carta. Nella lettura di un albo illustrato mente, mano e cuore si integrano, regalando un’esperienza unica nel suo genere ai bambini e agli adulti.
Immagino, però, l’albo nelle mani di un adulto, letto individualmente o magari in gruppo. Vorrei uscire da una visione stereotipata che riduce gli albi illustrati a genere letterario per l’infanzia e accompagnare noi adulti a sceglierli e sfogliarli, pagina dopo pagina. È un modo per riattivare in noi quella pluralità di linguaggi che caratterizza l’infanzia e che dobbiamo tutelare e alimentare in famiglia, a scuola e in altri contesti. Ma un albo illustrato è anche una possibilità che ci diamo noi adulti perché chi scrive e illustra un albo parla a tutte le età della vita.
Ho scelto tre albi illustrati per questo autunno 2025.

Il primo è di Peter H. Reynolds, dal titolo Il punto.1
Questo albo illustrato racconta l’esperienza di una bambina, Vashti, che sente di non saper disegnare.
"Il foglio sul banco è più pulito che mai" al termine di una lezione di disegno. "È che proprio non so disegnare!", dice la bambina all’insegnante di arte. Le immagini rendono bene il moto interiore della bambina e anche quello dell’insegnante. Lo zoom si sposta sull’insegnante, cui l’autore dedica una bellissima pagina con un primo piano che restituisce all’adulto educatore tutta la forza e l’intenzionalità che mette nel momento in cui riflette su cosa fare. E poi queste due parole, solo queste: "L’insegnante sorride". È lì, con quella bambina che non si sente capace e prova ad aprire uno spiraglio, rivolgendosi alla bambina così, con quel tanto di provocazione: "Fai un punto. Un semplice punto e poi guarda dove ti conduce!". La bambina non capisce, sembra riluttante ma si affida. L’insegnante le chiede anche di firmare il foglio su cui ha fatto il punto. E ancora, stizzita, la bambina si affida. Ed ecco, personalmente, l’immagine che preferisco di questo albo: il foglio di Vashti con il punto e la sua firma in una cornice che io vedo dorata nell’aula di arte. Il resto dell’albo lo lascio a voi.
In quell’insegnante tratteggiata appena, non colorata, curiosa nella capigliatura, mi sembra di scorgere una disposizione già aperta, qualcosa di "fuori norma" che probabilmente la aiuta ad essere innanzitutto accogliente: quel sorridere davanti al foglio bianco della bambina fa davvero pensare alla tranquillità di chi riesce a contenere la frustrazione dell’incapacità, il senso di inadeguatezza di fronte ad un compito. L’insegnante nel foglio bianco prova a vedere "un orso polare in una tempesta di neve": sceglie in prima battuta la leggerezza, l’ironia. Ma la bambina la inchioda alla sua verità: non sa disegnare e chiede aiuto come riesce. E lei risponde con un sentimento di fondo potentissimo in qualunque relazione educativa: la fiducia. C’è una grande competenza educativa nella scelta che fa quell’insegnante di proporre alla bambina di disegnare soltanto un punto: si tratta della capacità di fare una proposta che, forse in modo un po’ provocatorio, rimette la bambina in una zona di comfort, una proposta adeguata a lei e nella quale lei senta di potersi cimentare senza troppa ansia di non riuscire. E in ultimo c’è il quadro appeso nell’aula, simbolo di un’altra disposizione profondamente utile per una figura educativa: saper valorizzare davanti a tutti lo sforzo di ciascuno, saper riconoscere che ogni bambino fa quello che può che è il massimo per lui in quel momento.

Il secondo albo è di Nadine Brun-Cosme e Christine Davenier, dal titolo Il terzo figlio del signor John.2
Quando al signor John nasce il primo figlio, pianta un albero nel giardino di casa. Quando gli nasce il secondo figlio, pianta un secondo albero. E alla nascita del terzo, lo stesso. Il primo albero è "un piccolo abete molto grazioso, bello dritto e tutto verde". Tutti i vicini si complimentano con lui e "il signor John ne era molto orgoglioso". Allo stesso modo succede per il secondogenito, per cui pianta "una piccola quercia molto graziosa, bella rotonda e tutta verde". I vicini si complimentano con lui e lui si riempie di orgoglio. L’albero che pianta per il terzo figlio crescendo si dirama in tutte le direzioni, come "un grande coso senza forma": appare fin da subito disordinato, "non era né rotondo, né verde, né dritto". Le critiche dei vicini su questo ultimo albero non tardano ad arrivare e mettono il signor John molto in difficoltà, rendendolo, questa volta, tutt’altro che orgoglioso. Decide quindi di spostarlo sul retro del giardino, fuori dallo sguardo dei vicini ma anche del suo. Il tempo passa e insieme agli alberi, crescono i figli: i primi due danno grandi soddisfazioni al padre e riscuotono approvazione e complimenti da parte dei vicini. Il terzo albero e il terzo figlio restano nell’ombra: un albero "né rotondo, né dritto" e "senza nome" su cui si arrampica un figlio ignorato da tutti. Finché al padre non resta che quel figlio, il terzo, perché gli altri due, cresciuti, se ne andarono di casa. Lascio a voi la conclusione della storia.
È senza dubbio un albo che porta l’attenzione sul tema della differenza in un contesto molto specifico che è quello della relazione tra genitori e figli. L’autrice non risolve la questione facilmente e non ci risparmia, pagina dopo pagina, una certa esplorazione del disagio che si crea: sceglie di spostare l’attenzione sugli alberi e ce li rappresenta in modo da farci sentire, meglio che con le parole, quella differenza tra i primi due figli-alberi e il terzo. C’è la delusione di un’aspettativa che il padre si è creato con i primi due figli che fanno quello che è desiderabile: uno sta sui rami alti, ride e urla di gioia, l’altro fa lavoretti con il legno, costruisce casine e nidi per gli uccelli con martello e sega. Il terzo figlio si arrampica sull’albero ma la sua "flebile voce" non arriva a farsi sentire così "nessuno lo ascolta" mentre canta dolcemente e recita poesie al vento. Il signor John ci porta il tema del bisogno di riconoscimento e di approvazione sociale come rinforzo positivo per la propria identità. C’è un adulto fragile che non riesce a stare nella differenza che il figlio manifesta e preferisce disinteressarsene, allontanare e abbandonare il figlio fino a nasconderlo al mondo per non dover fare i conti con la sua delusione e la disapprovazione degli altri. Le immagini rendono molto bene la solitudine di questo albero-bambino che comunque cresce: c’è delicatezza e forza allo stesso tempo, quella forza dell’infanzia che "sopravvive" agli adulti.
Quelli che racconta questo albo sono temi complessi e di grande rilevanza pedagogica, con il tocco delicato dell’acquarello. In qualunque contesto, il bambino diverso, quello che non è come tutti gli altri, eccezionale a modo suo è una provocazione alla normalità socialmente riconoscibile e chiede al genitore – e all’adulto educatore in senso lato – un assetto diverso, chiede la sospensione del giudizio, un ascolto non solo dell’altro ma anche dei propri moti interiori, esige un’osservazione e un’esplorazione autenticamente curiose. Di fronte ai nostri bambini e ai nostri ragazzi, bisogna fare i conti con l’idea che ogni essere umano ha una sua natura e ha il diritto di portare a compimento il suo progetto di persona: educare significa accostarsi e accompagnare alla giusta distanza, senza condizionare né tantomeno cercare nel figlio la propria gratificazione narcisistica.

Il terzo albo che ho scelto è Zagazoo di Quentin Blake.3
"C’era una volta una coppia felice: George e Bella": facevano tante cose insieme. Un giorno ricevettero "uno strano pacco": "dentro c’era una creaturina rosa, la più graziosa che si possa immaginare. Aveva addosso un cartellino che diceva: – Si chiama Zagazoo". Tutto bene finché un giorno Bella e George si alzano la mattina e si trovano davanti un avvoltoio: "i suoi strilli erano spaventosi". Prima che potessero organizzarsi per far fronte alla nuova natura della "creaturina rosa", ecco che si trasforma in un "elefantino" che rovescia i mobili, toglie la tovaglia dal tavolo e mangia qualunque cosa. Ma, voltando la pagina, eccoli alle prese con un facocero che gli riempie la casa di fango, e poi ancora con un "draghetto irascibile" che non solo brucia il tappeto di casa ma anche gli abiti delle persone che incontra per strada. E poi ancora si trasforma in un pipistrello che, lamentandosi, si lasciava dondolare sulle tende, per tornare nuovamente facocero, poi elefantino e ancora drago. "Ci porterà alla follia", dice Bella a George. "Se solo smettesse di cambiare". Senza un attimo di tregua, Bella e George "una mattina si alzarono e Zagazoo si era trasformato in una strana creatura pelosa", così strana da far rimpiangere gli altri animali! I due guardano a questa nuova creatura con curiosità ma anche timore e disappunto. La creatura diventa sempre più grande. I due genitori continuano a lamentarsi e interrogarsi tra loro: "E se non si fermasse più? – disse Bella", "Non voglio neanche pensarci – rispose George. Mi sta facendo diventare i capelli bianchi". "Ma poi… una mattina si alzarono e scoprirono che Zagazoo si era trasformato in un giovanotto dalle maniere impeccabili". Zagazoo, il ragazzo (interessante e credo non casuale l’assonanza tra queste due parole), con il tempo conobbe Mirabelle che porta presto a casa a conoscere i suoi genitori "che si erano trasformati in una copia di grossi pellicani marroni".
Le metamorfosi che un umano attraversa nella sua storia evolutiva sono rappresentate con un tocco di ironia prendendo in prestito a piene mani dal mondo animale reale e anche fantastico: il figlio di Bella e George si trasforma in tanti esemplari tutt’altro che divertenti e facili da gestire. L’avvoltoio strilla fortissimo, l’elefante butta tutto a terra e mangia di tutto, il drago brucia e il facocero imbratta di fango tutta la casa. Il punto di vista è chiaramente quello dei due genitori che si trovano a doversi misurare con una persona che non si sovrappone a loro. Il libro, infatti, inizia con la presentazione di Bella e George dediti a tutti i loro hobby: costruiscono modellini, spolverano la loro casa e mangiano il gelato. L’arrivo del "pacco" cambia improvvisamente la loro vita. Ed è quello che succede quando si diventa genitori: serve trovare un nuovo assetto come individui e come coppia per poter accogliere una persona nuova e serve, soprattutto, fare il giusto spazio per accogliere la sua differenza, quello che smuove in un genitore giorno dopo giorno man mano che cresce. E se l’infanzia è una carrellata di animali, più o meno realistica, l’adolescenza diventa "una strana creatura pelosa": qualcuno che non ha più molto a che fare con gli esemplari dello zoo usati finora. "Strana" è incomprensibile, inavvicinabile, non interpretabile con i riferimenti di prima: infatti non grida, non rompe, non brucia, non si lamenta e nemmeno sporca. Le poche linee con cui Blake rappresenta i volti di George e Bella in un angolo che guardano il loro figlio sono sufficientemente rappresentative del loro sentire.
L’albo, però, è frizzante, soprattutto nelle illustrazioni, non c’è preoccupazione, semmai un sorriso di fondo, un sentimento di tenerezza per questi due adulti che si trovano improvvisamente la vita "ribaltata" ma che restano insieme, che si lamentano a più non posso, ma si confrontano continuamente e si interrogano. Sono stanchi ma restano lì accanto a questa "creaturina rosa" che muta continuamente e accolgono con pazienza le grida da avvoltoio, sistemano tutto ciò che viene mangiato o fatto cadere come se in casa ci fosse un elefante, puliscono il fango lasciato dappertutto e cercano di rimediare a tutte le bruciature che il drago infuocato procura per ogni dove. E in ultimo guardano, questa volta "da lontano" e senza poter fare nulla, quell’essere tutto strano e peloso che cresce ogni giorno sempre di più.
Il lieto fine non tarda ad arrivare, ma ce lo si aspetta fin dall’inizio. "E poi…" ecco una persona cresciuta, diventata adulta che prende la sua strada. L’autore illustra e racconta la storia del figlio usando lo stesso ritmo che aveva usato in apertura per presentarci Bella e George che, al termine della storia, si trasformano anche loro in una coppia di pellicani marroni: sembra quasi volerci ricordarci che i figli, ma anche noi adulti, nel corso della nostra storia evolutiva, portiamo dentro qualcosa della nostra famiglia di origine. Semplicemente abbiamo bisogno del tempo necessario per differenziarci, capire chi essere nel mondo e cosa farcene dell’eredità dei genitori.
