Negli albi illustrati immagini, parole e oggetto costituiscono tre dimensioni significative si fondono creando un linguaggio unico e facendo della lettura un’esperienza profonda. Le immagini toccano dove la parola non arriverebbe e, allo stesso tempo, la parola simbolizza un sentire profondo. Ma l’albo è un oggetto che si vive con il corpo: si prende in mano, si apre, si sfoglia, si capovolge, ha un peso, un formato, una consistenza della carta. Nella lettura di un albo illustrato mente, mano e cuore si integrano, regalando un’esperienza unica nel suo genere ai bambini e agli adulti.
Immagino, però, l’albo nelle mani di un adulto, letto individualmente o magari in gruppo. Vorrei uscire da una visione stereotipata che riduce gli albi illustrati a genere letterario per l’infanzia e accompagnare noi adulti a sceglierli e sfogliarli, pagina dopo pagina. È un modo per riattivare in noi quella pluralità di linguaggi che caratterizza l’infanzia e che dobbiamo tutelare e alimentare in famiglia, a scuola e in altri contesti. Ma un albo illustrato è anche una possibilità che ci diamo noi adulti perché chi scrive e illustra un albo parla a tutte le età della vita.
Ho scelto questi tre albi illustrati per questa primavera 2026.
Vorrei un tempo lento lento
Il primo è di Luigina del Gobbo e Sophie Fatus. Si tratta di Vorrei un tempo lento lento ed è stato pubblicato da Edizioni Lapis nel 2017.
“Vorrei un tempo lento, fin dal primo mattino. Uscire dal mio letto: caldo guscio. Io pulcino”. È così che un bambino apre ad una serie di caratterizzazioni del tempo che vorrebbe e che sembra chiedere al mondo degli adulti. Sono tante le declinazioni del tempo che pagina dopo pagina il bambino desidera, con questo ripetuto “vorrei”. Vorrebbe un “tempo lungo”, quello del risveglio, quello che serve per andare con calma a piedi a scuola guardandosi intorno. Nel tempo della giornata ha bisogno di un “tempo utile” per lavorare con le mani e creare con la propria fantasia, “un tempo magico”, quello in cui far delizie e pozioni con “sassi, terra ed erba”. Il bambino vorrebbe momenti per stare con persone importanti per lui: un “tempo antico” da trascorrere con i nonni ma anche un tempo per giocare con gli amici, litigare e poi fare la pace. E, quando viene sera, vorrebbe un “tempo dolce” per potersi addormentare ascoltando storie. Ma tra le pagine fitte di descrizioni in cui il bambino condivide con il lettore il tempo che vorrebbe, ce ne sono alcune molto molto profonde e forse anche provocatorie per gli adulti. Chiede “un tempo vuoto, lo vorrei assente, per stare ad occhi chiusi e poter non fare niente”: ci parla di un “tempo libero” che lo sia per davvero in cui lui possa dedicarsi a qualunque cosa gli venga in mente. Chiede all’adulto momenti di silenzio: lo chiama simpaticamente “un tempo zitto” ma la richiesta è molto chiara. E poi ancora sente il bisogno di “un tempo a forma di bambino, che vuole far da solo” avendo un adulto vicino. Desidera un tempo per “capire ed ascoltare, provare anche a sbagliare, cadere per rialzarsi oppure rotolare”. Domanda agli adulti di sentirsi nel mondo anche al sicuro e lo chiama “tempo giusto”, un tempo che gli permetta di pensare serenamente al suo futuro. L’autrice chiude il libro con una domanda per chi legge: “Vorrei un tempo lento, che non finisse più. Continua questa storia cosa vorresti tu?”.
L’albo illustrato parla del tempo così come forse lo vorrebbero i bambini: è un un elenco di “vorrei” che pagina dopo pagina scorre per descrivere il tempo che il bambino vorrebbe per sé. Mi viene però voglia di andare oltre alla descrizione di un tempo desiderato: mi pare un albo che può mostrare per bene a noi adulti i bisogni dei bambini, uno dopo l’altro. Si apre con il bisogno di iniziare con calma la mattina, svegliarsi tranquillamente e lentamente andare a scuola, curiosando qua e là, proprio come fanno i bambini. C’è il bisogno di buon cibo, “di burro e marmellata, per coltivare abbracci, tra ortaggi e insalata”: un cibo non solo buono da mangiare, ma che sia occasione di relazioni d’amore con chi lo offre. A noi adulti viene chiesta la possibilità di stare con gli amici, con i nonni, con quegli affetti e quelle relazioni che contano anche fuori dalla famiglia ristretta. Tra un “Vorrei…” e l’altro mi sembra di trovar nascosti anche bisogni molto importanti e profondi cui servono risposte concrete e consapevoli: c’è la richiesta di un adulto che sappia offrire al bambino la sensazione di sentirsi al sicuro, che sappia aspettare e dare al bambino il tempo di fare da solo, che non giudichi e sappia accogliere gli errori come qualcosa di naturale nella vita. E poi l’autrice porta la nostra attenzione sul tempo libero, sul tempo vuoto, sul “tempo zitto” mentre è evidente come oggi i bambini fin da piccoli sembrano espropriati del loro tempo, sballottati tra una proposta e l’altra, nella convinzione che la giornata vada riempita, animata e sempre ben organizzata, chiedendo oltretutto uno sforzo significativo e impattante sull’intera famiglia. Mentre il bambino chiede un tempo “per poter non fare niente”, noi adulti crediamo che gli servano occasioni per dedicarsi ad attività sportive, artistiche o creative, a proposte organizzate e condotte da un altro adulto più o meno competente. È un albo che ci interroga, se appena ce la sentiamo di andare oltre alla leggerezza delle illustrazioni: tra le rime delle sue parole, mi sembra di intravedere un appello accorato alla ricerca di “un tempo lento per essere bambino”, potendo contare su tutto quello che gli serve per davvero.
Il bimboleone e altri bambini
Il secondo è di Gabriele Clima e Angelo Agnello Modica. Si tratta di Il bimboleone e altri bambini ed è stato pubblicato nel 2019 da Edizioni Corsare.
“Quanti sono i bambini nel mondo? Tanti, tantissimi. E tutti diversi…”. Questo albo illustrato, disegno dopo disegno, ci fa diventare spettatori di un corteo di animali a cui gli autori affidano il compito di descrivere alcuni dei più frequenti temperamenti dei bambini. C’è il “bimbozanzara, mammamia che tormento!”, quello che ti gira sempre intorno e “non lo fa per dar fastidio: le sue ali sono fatte così: non potrebbe volare senza fare zzzz… zzzz…”. “C’è il bimboleone che morde e ruggisce”: è sempre arrabbiato e tutti gli stanno lontani. “C’è il bimboscimmia che sta sempre appiccicato” e “ha bisogno di restare aggrappato”: quante volte vorremmo che si staccasse un pochino! “C’è il bimbo farfalla, delicato e sottile”, il “bimbotalpa che sta sottoterra e resta nascosto agli altri e al mondo” e “compie chilometri sporgendo ogni tanto la testa dal buco”. E così avanti, di pagina in pagina. Un albo tutto da leggere per godersi lo spettacolo.
Ci fa tuffare in un mare di bambini diversi: è una lettura piacevole e lieta ma, anche in questo caso, nasconde un messaggio che ci fa riflettere profondamente come adulti educatori sui bambini e, soprattutto, su come li guardiamo.
C’è il “bimbogatto”, il “bimboscimmia”, il “bimbolepre”, il “bimbofarfalla”: c’è un bambino “selvatico e un po’ coccolone”, uno “chiuso dentro una boccia”, uno “scattante, veloce, sempre di corsa” e uno, al contrario, che ha “piccoli piedi che studiano ogni cunetta del mondo. E così lo imparano”. Non tutti i bambini sono uguali e gli autori sembrano raccomandarci di avere gli occhi per osservare questi bambini nei lori diversi temperamenti e, una volta osservati, saper trovare le risposte giuste ai bisogni che ci manifestano. Dopo ogni “Bimboleone e altri bambini”, c’è sempre un invito che sembra sussurrato: “Se vuoi far felice un bimboleone devi…”: come a dire che, dopo aver osservato e scoperto il bambino, è bene organizzarsi per dare una risposta educativa che sia il più possibile individualizzata e adeguata alla richiesta che ciascun bambino fa essendo esattamente quello che riesce ad essere. Serve però molta attenzione e gli autori sembrano dircelo bene con i toni delle parole e delle immagini che usano: i bambini sono delicati, sono spontanei nel loro essere, si svelano ma senza chiedere esplicitamente ciò che vogliono. Hanno un loro alfabeto che bisogna saper codificare, con pazienza, amore e anche tanto studio.
Ma c’è anche un secondo livello di lettura che questo corteo di bambini mi pare nasconda. Ogni bambino può essere tanti bambini insieme a seconda del momento, delle giornate o delle situazioni. E così questa sfilata di animali con le loro caratteristiche mi sembra ricordarci la natura cangiante del sentire umano, non solo dei bambini: a volte siamo leoni, a volte farfalle, a volte siamo lepri e a volte tartarughe, a volte pelouche e a volte ricci. È praticamente impossibile chiudere i bambini in caratteristiche stereotipate e rigide che ci farebbero perdere la bellezza della natura umana che è mutevole, in continua evoluzione e spesso molto influenzata dall’ambiente esterno. E ancora una volta l’invito è ad osservare e a cercare una postura che possa essere adatta al momento, comunque sempre accogliente. Nello scorrere dei testi e delle immagini, mi resta addosso anche l’amorevole pazienza degli adulti che sono ritratti, spettatori, giorno dopo giorno, di una sfilata di animali come quella che anima le pagine di questo albo.
Che cos’è un bambino?
Il terzo albo è di Beatrice Alemagna. Si tratta di Che cos’è un bambino? ed è stato pubblicato da Topipittori nel 2015.
L’autrice sembra mossa dall’urgenza di fare al lettore una domanda chiara, chiarissima, tanto da esplicitarla nel titolo: “Che cos’è un bambino?”. “Un bambino è una persona piccola. È piccolo solo per un po’, poi diventa grande”: (…) non è un bambino per sempre. Un bel giorno cambia”. Intanto quando è bambino ha “piccole mani, piccoli piedi e piccole orecchie”, ha “un piccolo letto, piccoli libri colorati, un piccolo ombrello, una piccola sedia” ma il suo pensiero e la sua fantasia sembrano proiettarlo in una dimensione senza confini che, ogni tanto, stupisce anche gli adulti. Agli occhi dei grandi a volte un bambino desidera cose “strane: avere le scarpe che brillano, mangiare lo zucchero filato a colazione, ascoltare la stessa storia tutte le sere”. Un senso di stranezza che a volte si ribalta: chissà ai bambini quante cose dei grandi sembrano strane e incomprensibili! Non capiscono come sia possibile star bene a fare la doccia tutti i giorni o andare a dormire senza un pupazzetto, o “dormire al buio” e non piangere “quasi mai”. Ci sono tante cose che fanno piangere i bambini: “perché lo shampoo pizzica gli occhi, perché hanno sonno, perché fa buio”. Il pianto è una richiesta di aiuto, cercano l’attenzione di un adulto che possa portare sollievo, stare accanto, chiedono “una lucina vicino al letto”. “Ai bambini, si sa, non piace andare a scuola”: preferiscono una dimensione più libera in cui poter seguire il flusso delle idee che gli vengono come “annusare l’erba, correre dietro ai piccioni gridando, ascoltare la voce lontana delle conchiglie”. I bambini sono tanti, tutti diversi tra loro: diversi di corporatura, diversi per le loro sensibilità oppure perché hanno gli occhiali, sono sulla sedia a rotelle o portano l’apparecchio per i denti. Nella grande differenza ci stanno anche quei bambini che per gli adulti sono “faticosi, odiosi”: vogliono sempre fare tardi la sera, sono “viziati e fanno solo quello che vogliono”, rompono gli oggetti. Ad accompagnare queste possibili risposte circa la natura dei bambini, c’è un susseguirsi di ritratti dei più diversi e fuori dal comune stereotipo.
È chiaro il tentativo dell’autrice che, pagina dopo pagina, prova a rispondere ad una domanda tutt’altro che banale accompagnando il lettore, ritratto dopo ritratto, tra aspetti concreti, comportamenti osservabili ma anche arguti svelamenti di una natura più profonda. Fa notare, per esempio, che i bambini, si stupiscono del fatto che gli adulti non piangono “quasi mai” o “piangono piano”: sembra che non se ne accorgano, ma poi scrive “O fanno finta di non vedere”. Mi pare un ritratto delicato della loro sensibilità e di come vedano e colgano molto di più di quello che a volte noi adulti pensiamo, focalizzati come spesso lo siamo sulle loro strane abitudini o su quei comportamenti incomprensibili. E sempre in questa direzione l’autrice scrive: “I bambini assomigliano alle spugne. Assorbono tutto: il nervosismo, le cattive idee, le paure degli altri”. Non hanno ancora una mente razionale, astratta e riflessiva formata e quindi quello che tendono a fare è letteralmente “assorbire” inconsciamente quello che hanno intorno, adattandosi con una capacità di resilienza elevatissima. L’ambiente fisico, psicologico, sociale ed emotivo, ormai sappiamo, incide tanto sullo sviluppo nelle età evolutive. I bambini, indugia ancora l’autrice, “sembrano dimenticare, ma poi rispunta tutto dentro la cartella o sotto le lenzuola o davanti ad un libro” e allora ci chiedono di essere ascoltati, ci chiedono di accogliere le loro dimensioni interiori che escono, ci chiedono di prendercene cura, di dargli spazio e parole perché loro stessi possano capire e capirsi. Dice: “vogliono essere ascoltati con occhi spalancati”. Lascio a voi di cercare, tra le righe, il resto delle perle. Trovo interessante la chiusura dell’albo, curiosa e forse anche un po’ provocatoria perché sembra ribaltare la domanda iniziale: ma quanto di bambino resta in un grande? E ancora: c’è continuità tra l’infanzia e l’età adulta? Tra le pagine, l’autrice ci regala qualche spunto forse un po’ in sordina quando scrive “I bambini che decidono di non crescere, non cresceranno mai. Avranno un mistero dentro di sé. Allora anche da grandi si commuoveranno per le piccole cose” e “faranno i capricci per delle cose strane, come un telefono che non suona o il traffico”.
