Attendere e accogliere senza stancarsi di osservare

Si è soliti ripetere “ogni cosa a suo tempo” o, citando la saggezza contadina, “sotto la neve il pane”. Come maestra sto imparando giorno dopo giorno l’importanza dell’attesa del momento giusto.

Con pazienza preparo l’ambiente della sezione, predispongo vassoi, osservo i bambini e i loro comportamenti, propongo nuovi stimoli, individuo fragilità, intuisco qualcosa, ma poi mi fermo e aspetto che il miracolo si compia, che la fioritura del vero bambino avvenga nel momento in cui deve avvenire e che io non posso prevedere né forzare. Non è facile aspettare e accettare di uscire dal desiderio di controllo, dallo sforzo continuo del “fare qualcosa”, dalla logica sbagliata del “devo fare qualcosa a tutti i costi per aiutarlo”.

L’amorevole attesa e la discrezione di una maestra montessoriana credo sia anche questa capacità di lasciare andare la troppa volontà, l’intenzionalità e le forzature tipiche di un agire da adulto. Se sono discreta non devo impormi in nessun modo, nemmeno imporre i desideri e le speranze più profonde che nutro per quel bambino in particolare. Come ogni maestra spesso rimugino sui miei errori, ma più di tutto ripenso a quei bambini che hanno saputo sorprendermi e alla felicità autentica di aver potuto assistere alla manifestazione del loro vero Io.

Lo scorso anno è arrivato nella sezione dove lavoro un bambino di tre anni che non aveva ancora tolto il pannolino e che nel contesto scolastico non parlava (a casa, con i genitori e i fratelli, si esprimeva). A scuola, al massimo, rispondeva con un “Sì” o un “No” sussurrati alle maestre e pronunciava per esteso, sempre a voce molto bassa, le parole “mamma” e “papà”. Nel corso dell’anno la mia collega ed io ci siamo accorte che con il gruppo dei pari iniziava a parlare, ma che continuava ad avere resistenze ad esprimersi a voce con le figure adulte della scuola. Si è comunque sempre espresso in modo molto chiaro con l’utilizzo dei gesti e del non verbale, con la competenza di chi abita davvero il proprio corpo e con la capacità di esprimersi con uno sguardo. Ci sono bambini che urlano, a volte addirittura sbraitano, per imporsi e farsi ascoltare dai compagni e dalle maestre, A., invece, silenziosamente, arrivava accanto alla maestra, cercava il contatto visivo e solo guardandoti negli occhi ti poneva una domanda silenziosa o esprimeva un bisogno chiaro.

Non è stato facile all’inizio accettare questa comunicazione non verbale, accogliere ogni giorno la frustrazione che si “rifiutasse di parlarmi”. Mi sono crucciata per mesi pensando di aver compiuto nei primi giorni del suo arrivo un gesto irreparabile che avesse compromesso per sempre la nostra possibile comunicazione verbale. Ma poi, lo osservavo lavorare e giocare e mi tranquillizzavo, anzi, provavo un genuino benessere ed una pace indescrivibili. A. era un bambino molto attivo, capace di raggiungere una profonda concentrazione e un’imperturbabilità nei confronti del disordine o del rumoreggiare intorno a lui. Iniziava e finiva ogni lavoro, recepiva ogni indicazione e ascoltava ogni parola delle maestre, riordinava quando veniva chiesto di farlo, raggiungeva il gruppo quando veniva chiesto di sedersi in cerchio o altro.

Durante l’estate ha tolto il pannolino a casa. Rientrato a scuola ha iniziato ad usare in autonomia il bagno con spontaneità e naturalezza. Ha cominciato il suo secondo anno continuando a non parlare con le maestre, ma facendolo con familiari e compagni. Poi, un giorno, nello spazio 5 (ovvero lo spazio dedicato ai materiali di psicoaritmetica e di linguaggio montessoriani) ha iniziato a parlare anche in presenza della maestra, a contare, a esprimersi come se fosse la cosa più naturale del mondo, come se lo avesse sempre fatto. La mia collega ed io abbiamo trattenuto la gioia e la sorpresa per evitare che il nostro entusiasmo potesse far scomparire il miracolo e abbiamo semplicemente fatto finta che non fosse cambiato nulla o avvenuto niente di eccezionale. E, in realtà, un po’ è così: A. ha sempre parlato in modo chiaro e ha insegnato a tutti noi l'inutilità della gran parte delle parole che usiamo e che ci annoiano la gola. Bastano poche e ben calibrate parole, valgono di più gli sguardi eloquenti e il gesto che dice.

“In un atteggiamento di silenzio l’anima trova il percorso in una luce più chiara, e ciò che è sfuggente e ingannevole si risolve in un cristallo di chiarezza” (Mahatma Gandhi).