Il Critical Thinking e il metodo Montessori

«Maestra, puoi aiutarmi con la ricerca che sto preparando? Non trovo altre informazioni e quelle che ho non mi soddisfano».

Questa richiesta mi viene fatta spesso: lavoro in una classe quinta di una scuola primaria con una sezione a metodo Montessori. Spesso leggo i loro elaborati, dal loro punto di vista «non soddisfacenti» e mi emoziono. È entusiasmante osservare e fare esperienza di tanta fame di sapere. Altre volte, mi chiamano e mi fanno notare incongruenze in dati riportati nei vari libri presenti in ambiente, oppure, utilizzando un motore di ricerca, notano che tra un sito e l’altro si leggono informazioni che, ad una prima occhiata, risultano discordanti. Così vanno avanti per giorni: leggono, confrontano fonti, si fanno domande, scrivono risposte e le mettono insieme rielaborando il tutto. Questo incessante e alacre lavoro mi fa realizzare come davvero i bambini costruiscano il loro sapere in una dimensione sociale: la collaborazione con i compagni non è solo utile, ma necessaria per loro e ricercata costantemente. I bambini hanno ben presente le conoscenze e le competenze dei loro compagni perché un ambiente montessoriano rende veramente possibile l’emersione degli interessi e delle inclinazioni di ciascuno e le rende visibili a quella comunità di apprendimento che è una classe. Così è normale per i bambini, durante una ricerca o quando si presenta un problema, rivolgersi al compagno o ai compagni che reputano «esperti» in quella materia per farsi aiutare o anche semplicemente per cercare il confronto. Questo modo di lavorare mi fa riflettere su quanto importante sia a questa età che il sapere possa essere una costruzione collettiva e non solo frutto di un lavoro individuale.

C’è poi il momento delle conferenze, programmate e attese da tutti, per le quali si preparano con tanto impegno. Le conferenze sono quelle occasioni in cui il bambino o i bambini espongono la ricerca svolta all’intera classe: ancora una volta mi sorprende essere spettatrice di tanta serietà, non solo da parte di chi espone ma, soprattutto, da parte degli spettatori. Preparano le loro sedie in semicerchio, qualcuno prende un bloc notes per prendere appunti e in silenzio attendono che il compagno sia pronto. Inizia la presentazione e loro ascoltano con autentico interesse e sono pronti a fare domande. Se ciò che viene detto dai compagni non risponde alle loro richieste, fanno subito notare che qualcosa non torna con un fare così diretto e schietto che agli occhi di un adulto potrebbe apparire fastidioso quando non addirittura crudele. A volte chiedono conto entrando nel merito del contenuto; altre si concentrano sulla forma. Correggono piccole sviste di ortografia che magari ho deciso di non correggere1 in quel momento per non aggiungere difficoltà ad una situazione che, comunque, non è semplice: tenere una conferenza davanti ai compagni e alle maestre rappresenta una prova importante, che richiede di mettere in gioco non solo competenze cognitive, ma anche emotive e sociali.

Mi sono spesso fermata a riflettere. Cosa c’è di diverso rispetto ad altre esperienze scolastiche? Qual è il mio ruolo, da insegnante, educatrice e guida in questa situazione? Quello della sapiente insegnante che sa tutto e soddisfa subito la loro fame di sapere? L’adulto può dichiarare di «non sapere» ad un bambino?

Mi invita così a riflettere su come il «critical thinking» trovi nel metodo Montessori un ambiente favorevole per un suo sviluppo alla scuola primaria. Il pedagogista Robert Ennis2 ci ha svelato che i pensatori critici ideali sono disposti ad avere cura del fatto che le loro convinzioni siano vere e che le loro decisioni siano giustificate. Questo include cercare ipotesi alternative, spiegazioni, conclusioni, fonti ed essere a loro aperti. Il pensiero critico è essenziale nello sviluppo dell’autonomia intellettuale e permette, anche da adulti, di prendere decisioni ragionate. Una delle mie prime riflessioni verte proprio sul fatto che mi capita, per la prima volta, di osservare un atteggiamento di questo tipo in bambini di dieci anni. Per esperienze non strettamente correlate al mio incarico di docente, mi trovo spesso a contatto con altri bambini nei quali osservo invece un atteggiamento completamente diverso. Quell’atteggiamento dettato dal «devo fare questo compito per domani, prima finisco meglio è!». Quindi, se è il caso, ci si può limitare al mero copia e incolla prendendo direttamente e acriticamente le fonti. Oppure, da qualche tempo, basta utilizzare l’intelligenza artificiale. Ecco, non percepisco più quella fame di sapere e nemmeno quella passione che vedo invece ardere negli occhi degli allievi della mia quinta. Ma perché? Cosa succede?

In una classe montessoriana si crea un terreno fertile alla creazione di un pensiero critico fin dal primo momento: i bambini sono liberi di fare domande e soprattutto di esplorare i loro reali interessi, cercando le risposte in modo indipendente, sviluppando una comprensione più profonda nei vari argomenti. Su questo «cercare risposte in modo indipendente» mi sono fermata un’altra volta a riflettere.

La settimana scorsa un bambino stava lavorando ad una ricerca sull’apparato circolatorio. Aveva svariati libri sul suo banco e si accingeva a cercare alcune informazioni in rete. Ad un certo punto, mi si avvicina e dice: «Ho una domanda: ma chi ha scoperto per primo il funzionamento del nostro corpo?». Voleva un nome, anzi «il» nome. Sicuramente, in quel momento, non ero pronta a cimentarmi in un trattato sull’origine dello studio dell’anatomia umana. Piuttosto che fornire informazioni scorrette, l’ho ringraziato per il meraviglioso spunto di ricerca e gli ho promesso che avremmo dedicato un momento apposito alla sua domanda. Perciò mi sono data da fare e ho preparato in ambiente alcuni materiali che potessero essergli utili. Ho organizzato un momento di confronto in classe sulla questione che il compagno aveva sollevato e cioè su chi avesse iniziato a ricercare il funzionamento «nascosto» del nostro corpo aprendo agli studi della biologia del corpo umano cui loro, oggi, si possono dedicare. A partire da una domanda cui io non sapevo rispondere è nato un momento di condivisione collettiva stimolante e arricchente per l’intero gruppo. In questo caso, il pensiero critico di questo bambino ha smosso il pensiero di tutti, me compresa.

Al netto dell’esperienza raccontata sono convinta che un insegnante debba essere preparato e che spesso debba lavorare sull’antecedente, preparandosi sulle eventuali richieste che verranno. Ma se ciò non si verificasse, se la maestra si trovasse impreparata di fronte alle richieste di sapere dei bambini è importante saper fare tesoro della situazione in cui ci si trova, ammettere con umiltà di non sapere (soprattutto a sé stessa), studiare e documentarsi e poi tornare sulla richiesta con la doverosa preparazione e magari con il materiale necessario a sostenere i bambini nella loro ricerca.3 Sono convinta che il pensiero critico è una competenza essenziale che prepara i nostri ragazzi ad affrontare le sfide del mondo moderno: incoraggia la curiosità, la ricerca in tutte le sue forme senza porre nessun limite e, oggi soprattutto, la valutazione delle informazioni e delle fonti. Una questione che si rivela ora più che mai fondamentale visto che abbiamo libero e immediato accesso a fonti svariate e di ogni genere, e come noi lo hanno anche i nostri bambini.


  1. Secondo il pensiero di Maria Montessori il lavoro intorno all’errore è importante e determinante nell’incentivare o inibire l’impulso a conoscere e sperimentarsi del bambino. Ogni volta scelgo quindi con molta cura cosa dire e quando dirlo ai bambini. Credo che un momento di scambio individuale sia l’occasione migliore per confrontarsi intorno ad un errore. ↩︎

  2. Robert H. Ennis (1927) è un filosofo e pedagogista americano, pioniere nella ricerca sul critical thinking che ora è, senza dubbio, una skill essenziale e preziosa per affrontare il mondo. La sua visione ha avuto un impatto significativo sull’educazione e sulla formazione, spostando ancora una volta l’attenzione, dall’insegnante allo studente. Secondo Ennis il pensiero critico incoraggia la persona a essere in grado di eseguire le proprie analisi senza essere influenzata dalle tendenze sociali. In breve, la persona deve imparare a sviluppare i propri criteri personali attraverso una valutazione costante, imparando dagli errori compiuti, utilizzandoli per riflettere e imparare da essi: in questi senso, trovo il suo pensiero particolarmente stimolante e affine alla metodologia montessoriana in cui il Signore Errore ha un ruolo fondamentale nella costruzione del sapere. ↩︎

  3. Si tratta chiaramente di un modo diverso di essere maestra, di un modo «nuovo» come diceva Maria Montessori. Accompagnare i bambini nel loro percorso di crescita e di conoscenza stando loro accanto, sostenendoli con un ambiente che sappia di volta in volta rispondere ai loro bisogni. Ma significa anche riconoscere, con noi stessi innanzitutto, che non sappiamo tutto, che abbiamo i nostri limiti e commettiamo i nostri errori. Credo che i bambini non abbiano bisogno di modelli di perfezione ma ci chiedano, ogni giorno, di stargli accanto e di aiutarli a far emergere il loro potenziale e a costruire se stessi e il loro sapere. ↩︎