Molto più che un metodo

È sempre molto interessante studiare le conferenze di Maria Montessori tenute durante i Corsi internazionali;1 gli appunti, inediti, di una corsista del XX Corso internazionale svoltosi a Nizza nel 1934 sono particolarmente stimolanti. Erano passati più di 25 anni dall’apertura della prima Casa dei Bambini di San Lorenzo, anni durante i quali Maria Montessori non aveva smesso di viaggiare per visitare le scuole che portavano il suo nome ed osservarvi il lavoro dei bambini e delle maestre. I corsi di formazione furono quindi il luogo ideale per affrontare le sfide ricorrenti e proporre abbozzi di soluzione per superare ostacoli inerenti al complesso lavoro della «nuova maestra». A Nizza vi furono venti conferenze di Maria Montessori: se nessuna è dedicata specificamente al ruolo dell’insegnante, ella fornisce tuttavia numerose indicazioni per far emergere lo spirito che dovrebbe guidare ogni adulto educatore. Tre verbi riassumono questa attitudine: si tratta di «seguire, servire ed osservare» l’anima umana per capire come cogliere meglio i bisogni del bambino.

L’elemento che più colpisce in queste sue conferenze è la preoccupazione di Maria Montessori riguardo al rischio di meccanizzazione che minaccia l’educatore: «Molte scuole hanno preso il mio nome, ma troppe non hanno mantenuto lo spirito del metodo perché si sono evolute meccanizzandosi». Insiste sull’importanza di «non meccanizzarsi in gesti particolari o inutili» e di rimanere semplici per «non meccanizzare il lavoro del bambino». È percepibile il suo desiderio di infondere un po’ di flessibilità per tranquillizzare gli insegnanti riguardo a diversi princìpi che, nel corso degli anni, si sono trasformati in meri slogan. In effetti non vi è forse una tendenza a focalizzarsi su dettagli di secondo piano nella presentazione del materiale, perdendo di vista l’essenziale e favorendo una certa rigidità? Invece le parole di Maria Montessori sembrano in controtendenza con quello che si sente durante certi corsi o si legge su internet: «Parlare a sufficienza – non credere che è tutto perso perché si è detto più di una parola. Prima di tutto, si deve essere sobri di parole, è vero, ma non si deve per questo diventare un enigma per il bambino. […] Non è perché abbiamo 50 bambini che si dovrà dire 50 volte esattamente le stesse parole né fare gli stessi gesti. […] Nel modo di fare, dobbiamo prima di tutto agire con intelligenza e non essere schiavi [di certi processi]. Allo stesso modo, non rendiamo il bambino schiavo di una tecnica rigorosa che taglierebbe netto alla radice il lavoro spontaneo».2

Mi chiedo se la focalizzazione sui materiali, molto belli e spesso autocostruiti (il che testimonia la grande cura e la dedizione appassionata al proprio lavoro), che occupano lo spazio di numerosi blog di maestre Montessori, non rischia di assomigliare a una corsa ad avere i più bei materiali possibili. Come se ciò fosse la chiave essenziale, secondo il paradigma dei medicinali: lo prendo e l’effetto è più o meno immediato. Ma i materiali sono sempre al servizio dei bisogni reali dei bambini, e non di quelli auspicati dai genitori o insegnanti incuriositi dal mercato che propone cofanetti e altre attività ad un età sempre più precoce.

Mi chiedo inoltre se non si corra il rischio di ridurre «il Montessori» a una mera didattica, limitandolo poi a un metodo scolastico. Per mostrarne l’efficacia si citano generalmente alcuni ex bambini montessoriani, come i creatori di Google o Jeff Bezos. È lecito però chiedersi se siano davvero un modello. Esistono poi tanti libri che riducono il ricco pensiero di Maria Montessori addirittura a un modo di organizzare la casa per accogliere un bambino piccolo. La sua proposta è invece una vera e propria filosofia di vita: un modo peculiare di guardare al bambino, che ha delle conseguenze sul nostro modo di entrare in relazione con lui e di concepire la vita, sua e nostra.

Torna utile allora ricordarsi che Maria Montessori non apprezzò il fatto che il termine «Metodo» fosse attribuito alla sua visione originale di considerare l’educazione come un aiuto alla vita. Il termine apparve con la traduzione inglese del suo primo libro: «Tutti parlano del Metodo Montessori… ma vi devo dire che non è esattamente un Metodo - è il nome che gli Americani hanno attribuito al nostro sistema nel loro desiderio di semplificare le cose».3 In Formazione dell’Uomo propone di sostituire la parola «metodo» con un «aiuto affinché la personalità umana possa conquistare la sua indipendenza, […] un mezzo per liberarla dall’oppressione dei pregiudizi antichi sull’educazione».4 Si tratta quindi di considerare prima di tutto la personalità umana, e non i materiali, per «difendere il bambino» e «proclamare i suoi diritti».

È pure vero che una tecnica, anche la più efficace, non basterà mai a preparare un ambiente adatto ai bisogni dei bambini a seconda del piano di sviluppo nel quale essi si trovano. La qualità dell’ambiente, l’operosità serena che si sente appena si entra in una classe Montessori nasce soprattutto dalla presenza autentica dell’insegnante, della sua consapevolezza e dalla sua fiducia nel potenziale di ogni bambino. È un equilibrio sottile, precario e fragile che regge la relazione adulto - bambino - ambiente. Se Maria Montessori sentì il bisogno di coniare l’espressione «nuova maestra» è perché intendeva sottolineare la necessità di un approccio radicalmente trasformato nel modo di relazionarsi con gli allievi: si tratta prima di tutto di fare un passo di lato.

È opportuno ricordare le sue parole, che benché si ispirino all’educazione religiosa sono al cuore di ogni pratica educativa, perché ci danno un’immagine del posto giusto in cui l’adulto deve stare: ««Lasciate che i bambini vengano a me» nella pratica si intende generalmente come «portatemi i bambini». Ed è ciò che facciamo tutti: guidiamo i bambini, con metodi diversi e anche con molta buona volontà».5 È interessante sottolineare che nel seguito di questo brano del vangelo è scritto: «non glielo impedite [di venire a me]», come se fosse ovvio che l’aiuto fornito dall’adulto può trasformarsi in un ostacolo. Ed ecco sorgere una domanda cruciale: in quanto adulta ho la fiducia necessaria nel bambino per capire che non sono io che lo devo portare dove lui desidera andare? Sono convinta nel più profondo che anche se il bambino non imboccherà la strada che avrei percorso o scelto per lui, lui arriverà comunque alla meta, avendo sicuramente imparato molte più cose che se lo avessi portato io?

Hélène Lubienska de Lenval, amica e stretta collaboratrice di Maria Montessori, si diceva più che convinta che il valore principale del «Metodo», la sua forza operante, non è tanto nella tecnica usata dall’adulto nella presentazione del materiale, ma nella speciale attitudine che trasforma completamente le relazione tra i bambini e lui. Illustrava questa relazione con l’immagine dell’adulto che macina i colori al servizio dell’artista, che è e deve sempre essere il bambino.

La missione di ogni adulto è «dare al bambino il mezzo per formare la sua intelligenza» fornendogli «tutto ciò che occorre per far nascere in lui l’amore intellettuale». L’adulto starà attento a non «uccidere l’attività personale né a sviarla. Lasciamo al bambino l’iniziativa e la spontaneità del suo movimento interiore».6

Maria Montessori usa toni provocatori per ricordarci che l’amore dell’adulto, se è essenziale per favorire lo sviluppo armonioso del bambino, non è però sufficiente: in effetti se focalizzo tutto sulla mia relazione con i bambini rischio di essere sempre io al centro. Tanti adulti sono convinti «di essere il creatore del bambino» e di conseguenza «di dover fare tutto per lui».7 Per evitare questo rischio Maria Montessori ci ricorda: «Quindi noi dobbiamo amare [i bambini], ma non basta; dobbiamo anche dare oggetti, affinché la mente si interessi e la mano possa agire».8 Perché come non posso mangiare al posto di un altro, così solo la mente del bambino, di ogni bambino, può fare il suo percorso di scoperte.

Quando «Montessori» significa solo «materiali», la sua pedagogia si riduce ad una tecnica che deve essere applicata in modo preciso: perché poi è logico che, se attribuiamo tanta importanza alla presentazione del materiale, ci aspettiamo che anche l’esecuzione da parte del bambino sia perfetta. E allora ci stiamo allontanando dall’obiettivo, perché abbiamo perso di vista lo spirito che deve guidare l’azione dell’educatore. È solo avendo sempre presente lo scopo che si trova dietro ogni materiale che possiamo proteggerci del ritualismo. L’obiettivo è sempre favorire lo sviluppo della personalità alimentando l’interesse del bambino. C’è però il rischio con la costruzione di tanti nuovi materiali che la maestra si sostituisca alla ricerca che il bambino deve svolgere per nutrire la sua mente.

L’adulto deve essere un rivelatore di talenti, ma per questo bisogna che vi sia una certa distanza: per osservare devo fermarmi sulla soglia e lasciare che il bambino faccia fruttificare i suoi talenti. È solo così che può emergere il suo potenziale personale. Osservare poi è la condizione necessaria per meravigliarsi della crescita del bambino, della scintilla che si accende nei suoi occhi perché ha capito una cosa nuova. Lo stupore di fronte ai progressi dei bambini mi ricorda che questo è il risultato del loro istinto al lavoro, della forza della spinta che sale in loro. Quante volte avranno ripetuto l’esercizio? Ecco la prova che questo risponde al loro bisogno interno, e che non è il frutto diretto della mia azione. Se non ci si meraviglia più di fronte ai progressi dei bambini, è molto più facile diventare un tecnico o un maratoneta di presentazioni.


  1. Il Leone Verde ha tradotto: Lezioni dalla California 1915, Lezioni dall’India 1939. Lo sviluppo creativo del bambino, Lezioni da Londra 1946↩︎

  2. Settima conferenza del XX Corso Montessori organizzato a Nizza nel 1934, appunti inediti. ↩︎

  3. Risposta di Maria Montessori a dei giornalisti spagnoli, citata da Roland Lubienski Wentworth, Montessori for the new Millenium. Practical Guidance on the Teaching and Education of Children of All Ages, Based on a Rediscovery of the True Principles and Vision of Maria Montessori, Lawrence Erlbaum Associates, London 1999, p. 46. ↩︎

  4. Maria Montessori, Formazione dell’uomo. Pregiudizi e nebule. Analfabetismo mondiale, Garzanti, Milano 1950, p. 8. ↩︎

  5. Maria Montessori, L’éducation religieuse. La vie en Jésus-Christ, Desclée de Brouwer, Paris 1956, p. 32. ↩︎

  6. Settima conferenza di Nizza, appunti inediti. ↩︎

  7. Educazione e Pace, Edizioni Opera Nazionale Montessori, Roma 2004, p. 69. ↩︎

  8. Maria Montessori, Il metodo del bambino e la formazione dell’uomo. Scritti e documenti inediti e rari, Augusto Scocchera (Ed.), Edizioni Opera Nazionale Montessori, Roma 2002, p. 83. ↩︎