Si tende spesso a dimenticare il lavoro svolto da Maria Montessori con i bambini della Scuola ortofrenica di Roma (1900-1902), messo in luce dal film La nouvelle femme di Léa Todorov. Gli anni trascorsi a contatto con questi bambini, precedentemente relegati in manicomio senza essere curati, furono essenziali nell’elaborazione del suo pensiero. Infatti Maria Montessori vedeva l’uomo addormentato nel bambino che soffre di un ritardo nello sviluppo o di difficoltà comportamentali. Il suo obiettivo era risvegliarlo attraverso un’educazione mirata. Vedeva quindi una continuità tra «anormalità» e «normalità», a differenza di coloro che vedevano invece una divisione incolmabile. Grazie al contatto con questi bambini, vide risvegliarsi la forza dell’essere umano: come un diamante che deve essere estratto, pulito e lucidato stimolando l’attività interiore, l’anima sepolta emerge e i poteri nascosti nella psiche del bambino vengono portati alla luce.
Tuttavia questo suo lavoro viene spesso ricordato per il successo riscosso nella preparazione di questi «idioti» (come venivano chiamati all’epoca) considerati non educabili, che superarono i bambini della scuola tradizione nella licenza elementare. Lei stessa invece sottolineava il fatto di averli trasformati in persone socialmente utili e istruite, in quanto esseri intelligenti. Andando oltre la diagnosi, si opponeva all’estesa medicalizzazione dei problemi dei bambini con disabilità. Sosteneva quindi una pedagogia basata sulla conoscenza scientifica del bambino e del suo stile di apprendimento, per restituire a ognuno di loro il suo slancio vitale attraverso un trattamento continuo in grado di «modificare la personalità, sanando difetti che tenevano l’individuo in uno stato d’inferiorità».1
Di fronte al gran numero di giovani che abbandonavano la scuola, Maria Montessori era consapevole che se ci si fissava sul problema della loro integrazione non si rispondeva ai loro bisogni. Al contrario, bisognava rendere la scuola capace di accogliere tutti i bambini, nella loro diversità, dando loro un barlume di speranza che consiste nella possibilità di fare qualcosa di sensato nei limiti delle proprie forze. Maria Montessori promuoveva anche una scuola «riparativa» che valorizzasse le risorse di ogni bambino, per quanto piccole. Diceva che i bambini della scuola ortofrenica erano stati «guidati su una strada diversa […] erano aiutati nel loro sviluppo psichico mentre i bambini normali erano soffocati e depressi».2
L’impegno scientifico e quello sociale furono sempre strettamente legati nella vita di Maria Montessori. È evidente tuttavia che il suo lavoro è stato «scolarizzato», ridotto all’acquisizione di conoscenze, mentre lei vedeva soprattutto la possibilità di coltivare l’umanità di ogni bambino, aiutandolo a vivere e sostenendone lo sviluppo. È quindi urgente lasciarci guidare nel nostro lavoro educativo quotidiano dalla sua visione dell’infanzia: «Noi aiuteremo dunque il bambino non più perché lo consideriamo un essere piccolo e debole, ma perché egli è dotato di grandi energie creative, che sono di natura così fragile da richiedere - per non venire menomate e ferite - una difesa amorosa e intelligente».3
Attraverso il suo lavoro e i suoi scritti potenti, Maria Montessori ci incoraggia a cambiare il modo di guardare all’infanzia, a ogni bambino, e a fidarci di lui, vedendo non tanto le sue difficoltà ma soprattutto le sue potenzialità, e incoraggiandolo sulla strada dell’indipendenza. Era convinta che possiamo sperare di creare una società migliore, in cui ogni individuo possa sviluppare i propri talenti, solo se ogni bambino avrà incontrato nella sua infanzia adulti che hanno avuto fiducia in lui. La scoperta più nobile che si può attribuire a Maria Montessori è senza dubbio la rivelazione del «nuovo bambino», da lei descritto come «un individuo estremamente laborioso, estremamente osservatore, non distruttore; incredibilmente esatto (certamente molto più esatto di noi), scrupoloso nel compiere le sue azioni, capace di un’attività concentrata, capace di controllare i propri movimenti, amante in modo speciale del silenzio, esattissimo nell’obbedire. Egli è non solo obbediente, ma obbediente con delizia, senza motivi di competizione coi compagni».4
Un invito ulteriore rivolto all’adulto educatore è a fare un passo di lato per dare la possibilità ai bambini e ragazzi di dispiegare il loro ingente potenziale. Nel suo volume Come si uccidono le anime Giuseppe Lombardo Radice usa toni forti per sottolineare i numerosi scogli che la scuola presenta, forse, per alcuni allievi: «La scuola può essere per un alunno nuovo il più grande danno o la più grande fortuna; gioiosa celebrazione della vita o soffocazione. Il bambino va a scuola con le forze che ha: non potrebbe darsene di più; coi difetti che ha: non potrebbe diminuirseli».5
Può capitare che, preso dalle numerose scadenze e dall’inesorabile scorrere del tempo, l’insegnante tenda a cancellare le particolarità di ogni bambino. In teoria, sappiamo tutti che è una cosa da evitare, ma nella frenetica routine quotidiana di un’ora di lezione si innescano meccanismi che possono farci dimenticare quanto ognuno sia unico, con il suo modo di funzionare, i suoi bisogni e le sue vulnerabilità. Un elemento imprescindibile è avere fiducia nel potenziale di ogni bambino, anche con i suoi problemi. È un esempio luminoso l’atteggiamento di Ann Sullivan, la bellissima maestra del capolavoro Anna dei Miracoli, che decise di trattare Helen Keller, bambina sordomuta e cieca, come una bambina vedente: «La tratto come una bambina vedente perché voglio che veda». Tuttavia, esiste il rischio di «categorizzare» i bambini che non soddisfano le nostre aspettative, un atteggiamento del tutto umano, ma non degno di una professionista. Per mancanza di interesse, lentezza o una difficoltà di empatia da parte nostra, arriviamo a considerare disinteressati i bambini che faticano a scegliere un’attività o che non rispondono con entusiasmo alle nostre proposte, o apatici quelli che non partecipano alle discussioni. Il silenzio di alcuni bambini è spesso un problema per noi adulti. Il nostro invito caloroso a esprimersi può essere opprimente e non fa altro che rivelare il disagio che il loro diverso modo di abitare il mondo provoca in noi. Quante volte parliamo per riempire un vuoto che non riusciamo a sopportare? Lombardo Radice ci ricorda qualcosa che è difficile da accettare: «ostacolo alla formazione di un’anima può essere anche il maestro».6
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M. Montessori, La scoperta del bambino, Garzanti, Milano 1999, p. 25. ↩︎
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M. Montessori, La scoperta del bambino, Garzanti, Milano 1999, p. 29. ↩︎
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M. Montessori, La mente del bambino, Garzanti, Milano 1999, p. 28. ↩︎
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M. Montessori, Educazione e Pace, Edizioni Opera Nazionale Montessori, Roma 2004, p. 119. ↩︎
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G. Lombardo Radice, Come si uccidono le anime, edizione critica a cura di L. Cantatore, ETS, Pisa 2020, p. 81. ↩︎
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Op.cit., p. 76. ↩︎
