Dare un cibo mentale

Anche se è stato scritto quasi quarant’anni fa, il saggio di Neil Postman La scomparsa dell’infanzia1 è sempre d’attualità, dato che l’adultificazione del bambino dilaga in più ambiti delle nostre società. Il fatto che troppo spesso consideriamo il bambino come un essere in divenire, come uno che ancora non sa, implica che raramente si pensa ai talenti specifici dell’infanzia.

“Più il bambino è pienamente bambino, più diventerà pienamente uomo”. Queste parole di Hélène Lubienska de Lenval2 sono tratte dal suo libro Le silence à l’ombre de la parole.3 Non è consueto collegare silenzio e bambino. In effetti, non si tratta qui di un bambino sognato da adulti nostalgici, che dovrebbe sempre combinare qualche guaio e fare chiasso, e con le sue battute spiritose farci sorridere. Sarà per questo che molti rimangono un po’ perplessi di fronte a bambini di tre anni alle prese per l’ennesima volta con il lavaggio di uno specchio, pulito, o bambini appena più grandi concentrati a fare operazioni con grandi numeri. Maria Montessori affermava, con la sua solita provocazione, che il bambino “ha bisogno di cibo mentale quasi più che di pane”.4 E questo vale anche per i bambini più piccoli, che sono in grado di concentrarsi a lungo, ripetendo più volte un’azione che ai nostri occhi non ha alcun senso, come travasare noci da una ciotola all’altra. È solo con la concentrazione che il bambino potrà mostrarci la sua vera natura: “un individuo estremamente laborioso, estremamente osservatore, non distruttore; incredibilmente esatto (certo molto più esatto di noi), scrupoloso nel compiere le sue azioni, capace di un’attività concentrata, capace di controllare i propri movimenti, amante in modo speciale del silenzio, esattissimo nell’obbedire”.5 Se si ha avuto modo di osservare bambini assorti in attività che consentono loro di essere attivi e di sperimentare, si capisce meglio la battuta che fa Lubienska poco prima: se ciò che è tipico dell’infanzia deve lasciare il posto a ciò che sarà dell’uomo, è ciò una ragione sufficiente per non coltivare i talenti dell’infanzia?

I bambini che Maria Montessori decise di seguire più di un secolo fa ci hanno rivelato un lato sconosciuto della loro personalità: sono emersi i loro talenti peculiari. Se siamo abbastanza umili, il bambino può diventare il nostro maestro. Questo implica conoscere realmente il bambino, osservarlo: ma per questo, come ci ricorda Maria Montessori, ci vuole la fede che ci sia qualcosa da osservare, ma pure il tempo di guardare davvero il bambino, e non attraverso lo schermo di un telefonino.

È necessario però offrirgli l’opportunità di cimentarsi in attività interessanti per lui; le migliori possibilità sono spesso offerte da materiali semplici e da esperienze in natura. La condizione imprescindibile è che l’adulto faccia un passo indietro per osservare e non rubare l’esperienza al bambino. Perché, come ci dice Lubienska, se non lasciamo i bambini essere bambini, difficilmente potranno essere adulti autonomi, coscienti e responsabili.

“Noi aiuteremo dunque il bambino non più perché lo consideriamo un essere piccolo e debole, ma perché egli è dotato di grandi energie creative, che sono di natura così fragili da richiedere, per non venire menomate e ferite, una difesa amorosa e intelligente”.6


  1. N. Postman, La scomparsa dell’infanzia. Ecologia delle età della vita, Armando Editore, Roma 1987. ↩︎

  2. Fu una stretta collaboratrice di Maria Montessori dalla fine degli anni ’20 fino al 1934. ↩︎

  3. H. Lubienska de Lenval, Le silence à l’ombre de la parole, Don Bosco, Paris 2006, p. 71. ↩︎

  4. M. Montessori, La mente del bambino, Garzanti, Milano 1999, p. 198. ↩︎

  5. M. Montessori, Educazione e Pace, Edizioni Opera Nazionale Montessori, Roma 2004, p. 119. ↩︎

  6. M. Montessori, La mente del bambino, Garzanti, Milano 1999, p. 28. ↩︎