Dare Dante ai bambini

La foto che la mamma di Maya mi ha mandato a Capodanno per gli auguri, con la bambina a braccia spalancate e con le gambe come intente in un passo di danza sotto una statua dedicata all’Alighieri a Firenze, fa il paio con quella che il papà di Andrea gli ha scattato a Ravenna sulla tomba del Sommo poeta. È nei sorrisi dei miei ex alunni e nei loro occhi luminosi che fissano l’obiettivo che si riflette l’amore per Dante e per la sua opera maggiore, quella Divina Commedia che ho avuto il desiderio (e l’ardire?) di portare in classe alla scuola primaria, certa che anche i contenuti più difficili, articolati e complessi possano essere presentati ai bambini, trovando parole e modalità adeguate.

Con questo mio scritto spero infatti di riuscire ad offrire uno spunto di riflessione sulla possibilità di affrontare con i più piccoli, capaci di curiosità autentica, argomenti che sulla carta vengono considerati non adatti a loro perché troppo difficili. La convinzione che anima il mio lavoro è che i bambini pongono domande grandi e di senso e per soddisfare la loro curiosità meritano di ricevere, prima ancora delle risposte, strumenti alti, in grado di appassionarli al sapere e alla conoscenza ma, di più, di renderli capaci di dare senso e significato alla loro vita alla luce di ideali grandi, realizzando a pieno la loro persona, come auspicato dal sistema educativo italiano. In questo mi sento ispirata e sostenuta da Maria Montessori che, proprio riferendosi all’istruzione dei bambini dai 7 ai 12 anni - dei quali è importante sollecitare l’immaginazione da cui scaturisce la loro rappresentazione della realtà – in Dall’infanzia all’adolescenza affermava: «Ciò che [il bambino] apprende deve essere interessante, deve affascinarlo. Bisogna offrirgli cose grandiose: per cominciare, offriamogli il Mondo».1 Spesso si cade nell’errore di credere che gli alunni della scuola primaria siano troppo piccoli per affrontare determinati argomenti, tanto da ritenere di doverli ridurre, non solo rendendoli giustamente fruibili in relazione alla loro età, ma anche ridimensionandoli affinché siano alla loro portata, pervenendo ad un infantilismo svilente che non guarda fino in fondo alle risorse intellettive di cui dispongono nè alla curiosità autentica della quale sono portatori.

L’idea di base che ha invece animato il mio progetto è che le domande dei bambini, manifestazione di un bisogno emotivo prima ancora che euristico e cognitivo, hanno un peso e un valore, e sono quindi da incentivare e da promuovere soprattutto in ambito scolastico, non soltanto meramente come obiettivo teorico ma con delle ricadute concrete, facendone, nello specifico, il perno della progettazione didattica, nella convinzione che l’educazione, intesa etimologicamente, sia primariamente un’attività volta a fare emergere e, letteralmente, condurre fuori dagli alunni quello che hanno dentro. Perché è proprio dalle domande e grazie alle domande dei bambini che ha preso forma questa idea, sperimentata nel corso di tre anni scolastici (2021-2024) con le classi III, IV e V, rispettivamente interessate dalla lettura dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso. Più volte durante le lezioni di religione cattolica, infatti, i bambini mi hanno posto degli interrogativi precisi sull’Aldilà volendo sapere non solo come e in conseguenza di quali comportamenti e azioni si pervenga a quei mondi ultraterreni - e quale e quanto lunga sia eventualmente la pena da scontare tra le fiamme -, ma anche e soprattutto come e perché essi siano stati rappresentati in un certo modo, riferendosi appunto al tormento cupo del mondo infernale, alla condizione intermedia e benevola del Purgatorio e alla beatitudine luminosa e perfetta del Paradiso. Un bambino che interroga l’adulto, sia esso il genitore o un insegnante, dimostra di avere fiducia in lui, ritenendolo una fonte di informazione e rassicurazione, laddove, come detto, le domande dei più piccoli hanno una valenza affettiva più che razionale. Sono convinta che ciò sia vero e abbia ancora maggiore peso e valore quando le domande dei bambini riguardano quelle curiosità che Freud riteneva le due più impellenti e irriducibili dell’infanzia cioè quelle legate alla nascita e alla morte, sostenendo che i bambini sono spontaneamente curiosi soprattutto di ciò che, rispetto al qui, ci sarà dopo e di ciò che c’era prima. A dire che dall’altrove e dalle dimensioni parallele i piccoli sono attratti. Ancora, se il bambino che domanda dimostra di essere curioso e quindi intelligente, perché la curiosità è un indice significativo dello sviluppo intellettuale, l’adulto può - o dovrebbe - cogliere e accogliere le domande del bambino come un’occasione particolarmente propizia per comprendere più a fondo il suo mondo interiore ossia la sua vita spirituale, sfruttando l’occasione per guardare più a fondo anche alla propria.2 Da parte mia, da un punto di vista metodologico mi sono fatta orientare in primo luogo dalle parole di papa Francesco, contenute nella Lettera apostolica Candor lucis aeternae,3 scritta nel marzo del 2021 in occasione del VII centenario della morte di Dante Alighieri. In seguito, appassionandomi alla proposta e documentandomi a riguardo, ho appreso con gioia – perché mi è parso di avere conferma di una giusta intuizione - delle due conferenze del 1933 in cui Maria Montessori descrive un esperimento letterario che vede ragazzi dai 12 ai 14 anni, prima, e bambini di 10 anni poi, affrontare con entusiasmo e passione lo studio della Divina Commedia.4 Così scrive il Santo Padre: «L’opera del Sommo Poeta suscita anche alcune provocazioni per i nostri giorni. Cosa può comunicare a noi, nel nostro tempo? Ha ancora qualcosa da dirci, da offrirci? Il suo messaggio ha un’attualità, una qualche funzione da svolgere anche per noi? Ci può ancora interpellare?» Poi, sottolineando che il Centenario può rappresentare l’occasione per far conoscere l’opera di Dante nel modo più adeguato, il Papa sostiene che «questo patrimonio chiede di essere reso accessibile al di là delle aule scolastiche e universitarie». Ho voluto cogliere in questo invito un lasciapassare per portare il testo della Divina Commedia anche in quelle aule scolastiche che normalmente non sono deputate allo studio dell’opera.

Quanto agli strumenti di cui mi sono avvalsa, ho creduto che la cosa migliore fosse partire dal testo dantesco, probabilmente uno dei più complessi della letteratura italiana; tuttavia, «ai bambini piace la grande letteratura perché è sovversiva»,5 secondo la definizione usata dalla scrittrice statunitense Alison Lurie, vincitrice del Premio Pulitzer per la narrativa, per parlare della miglior letteratura per l’infanzia. Ad accompagnarci nella scoperta del testo sono state diverse edizioni della Commedia, tutte destinate all’infanzia e tutte in prosa. Il tempo della lettura settimanale, un tempo atteso e desiderato dalla classe, è stato aperto ogni volta dall’ascolto di «Una commedia divina», una canzone presentata allo Zecchino d’oro nel 2015 che in qualche modo fungeva da introduzione e da ponte verso l’esperienza dantesca con i bambini. Per quanto riguarda alcune possibili indicazioni di bibliografia, va detto che la proposta editoriale è abbastanza ricca. È possibile optare, da un lato, per testi che offrono in un unico volume una sintesi delle tre cantiche, che però, in questo modo, sacrificano di molto lo spazio destinato alle illustrazioni, fondamentali per i bambini! Dall’altro, si può fare ricorso ad un’opera completa, organizzata in fascicoli monotematici che raccolgono uno o più canti, capaci di offrire una narrazione più dettagliata e in grado di raccontare anche con le immagini in modo adeguato, coinvolgendo di sicuro di più gli alunni. Talvolta, per alcuni passaggi di certi canti particolari, come il folle volo di Ulisse o la scena straziante del conte Ugolino, ho alternato alla lettura riassuntiva dell’opera quella delle terzine originali, affiancando inoltre alla poesia le famose tavole illustrate di Gustave Doré. D’impatto sono anche le meno note tavole illustrate da Salvator Dalì. Dopo l’ascolto e la visione delle illustrazioni, i bambini esprimono solitamente il desiderio di raffigurare secondo la loro immaginazione i personaggi incontrati nel racconto e molto spesso tale lavoro viene portato avanti anche a casa, al di là dell’assegnazione di un compito scolastico. Il viaggio di Dante risuona cioè nel bambino, che fa proprio il racconto dell’esperienza umana di smarrimento e di redenzione del poeta e ne parla con i compagni e con frequenza anche con i genitori o i fratelli maggiori, desideroso di attingere informazioni da chi abbia già affrontato lo studio della Divina Commedia. Sta in questa scintilla di interesse e di curiosità lo scopo del progetto. L’esperienza di «Dare Dante ai bambini» non è nata infatti con un intento didascalico, per far conoscere in pillole, precocemente, l’opera poetica italiana più famosa al mondo. «Dare Dante ai bambini» è un cominciamento, un montessoriano «per cominciare». È un partire dalle cose grandi e belle e profonde perché questo equivale ad avere fiducia nei bambini, nel potenziale di ciascun bambino. Equivale a credere che compito dell’insegnante, e dell’adulto in genere, sia appassionare al «sapore del sapere», base fondante di un pensiero libero e critico, cioè capace di, etimologicamente, distinguere e scegliere con libertà.

01.jpg 02.jpg 03.jpg 04.jpg 05.jpg

  1. M. Montessori, Dall’infanzia all’adolescenza, introduzione, revisione e note di C. Tornar, traduzione di M. Salassa, FrancoAngeli, Milano 2009, p. 56. ↩︎

  2. Si veda a tale riguardo l’idea di Maria Montessori del bambino come maestro. In particolare da Il segreto dell’infanzia, p. 137-142: «Senza il bambino che l’aiuta a rinnovarsi, l’uomo degenererebbe. Se l’adulto non cerca di rinnovarsi, una dura corazza si va formando attorno al suo spirito e finisce col renderlo insensibile: e in questo insensato modo il suo cuore si perderà!». ↩︎

  3. Francesco, Lett. Ap. Candor Lucis aeternae, 25 marzo 2021, in AAS (2021). ↩︎

  4. M. Montessori, Dante con i bambini, a cura di P. Trabalzini, Morcelliana, Brescia 2021. ↩︎

  5. A. Lurie, Non ditelo ai grandi, Mondadori, Milano 1990, cit. da G. Grilli, Di cosa parlano i libri per bambini, Donzelli, Roma 2021, p. 109. ↩︎