Un antico proverbio africano, a cui sono particolarmente legata, recita: «Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio». È così che ho sempre concepito la scuola, un luogo dove più persone insieme formano un villaggio pronto a crescere i bambini che vi “abitano”.
Da diversi anni gestisco due nidi e due Case dei Bambini a metodo Montessori a Palermo. Nonostante questa idea di villaggio fosse da sempre impressa nella mia mente, mi ci è voluto un po’ per comprendere quali potessero essere quelle azioni, quei compiti, quel lavoro da fare affinché questo villaggio diventasse realtà, affinché quel proverbio africano non si limitasse a belle parole ma diventasse azione.
Avevo certamente compreso che un villaggio cresce con il tempo, che ha bisogno alla base di un obiettivo comune, di un bisogno sentito da ogni abitante che, per tale ragione, è mosso a portare avanti un suo specifico ruolo.
Ancora una volta i bambini mi hanno mostrato la via, anche questa volta è stata in una mattina come le altre, osservando i bambini. Non era la prima volta che il bambino mi indicava una strada. Li osservavo lavorare nella stanza della vita pratica, ognuno intento a svolgere un compito da lui scelto: Erica tagliava le zucchine, Andrea lavorava con il telaio dei fiocchi, Vittorio lavava le stoviglie, Francesco spazzava per terra raccogliendo i chicchi di caffè che gli erano appena caduti per terra. Compresi che mi trovavo proprio di fronte ad un villaggio, dove ognuno portava avanti i propri lavori rispondendo ad un bisogno naturale.
Maria Montessori scriveva: «il bambino presenta tendenze che mirano chiaramente ed energicamente all’indipendenza funzionale […] queste conquiste d’indipendenza sono in principio i passi di quello che viene denominato sviluppo naturale».1 Nel corso che tenne a Londra nel 1946 disse: «non è facile rendersi conto che a un bambino possano piacere delle attività impegnative, ma lo si può scoprire solo se li si osserva senza idee preconcette»;2 prosegue: «l’attività libera rende felici i bambini, ma non è tanto questo l’importante. L’importante è che un bambino attraverso questo genere di attività abbia modo di costruire l’uomo. Gli adulti agiscono applicando le proprie energie e la propria maturità, i bambini invece agiscono in conformità con la natura, crescendo soprattutto dal lato psichico, non solo perché la natura conferisce funzioni agli organi psichici, ma soprattutto perché queste funzioni si sviluppano normalmente solo attraverso il giusto tipo di attività nell’ambiente».3
La cosa che più mi illuminò fu vedere con quanto amore si prendevano cura dell’ambiente, dei loro spazi e dei loro materiali. E più ne avevano cura più in qualche modo se ne sentivano responsabili. Ho capito che era proprio quello che andava fatto con i genitori.
Infatti, se i genitori di questi bambini avessero potuto prendere parte alle attività di cura, pulizia e ordine degli ambienti avrebbero potuto sentirli “loro”, quel villaggio avrebbe potuto prendere vita. Inoltre, avrebbero compreso meglio come funziona la Casa dei Bambini.
Così due anni fa invitai i genitori, il 1º settembre, a prendere parte alle pulizie e al riordino degli ambienti interni ed esterni. Pensavo proprio che la “vita pratica” potesse essere un buon punto di partenza. Questo aveva ai miei occhi una doppia funzione: creare connessioni tra ambiente e adulti sviluppando un senso di appartenenza, ma al contempo mi sembrava una buona occasione per l’ambientamento dei bambini. Se il bambino avesse visto la mamma pulire il vetro come fa a casa, avrebbe potuto pensare che forse anche questa era una casa, dove lui si potesse sentire accolto e in sicurezza come a casa sua. Se il papà avesse potato gli alberi, allora avrebbe potuto sentirsi più sereno nel vivere quello spazio come familiare, intimo e tranquillo.
Alcuni giorni prima mi procurai straccetti, pezze, lavavetri, scope, spolverini, palette, prodotti per la pulizia, attrezzi da giardino, terriccio, piantine, forbici, fascette da elettricista, rete da giardino, secchi… Il materiale era stato pensato anche per essere usato dai bambini, per cui abbiamo avuto cura di fare trovare anche materiali a misura di bambino. Sgomberammo le aule da tutti i materiali, lasciando solo gli scaffali.
Avevamo predisposto oggetti per la pulizia all’interno dell’ambiente, creando delle postazioni per grandi lavaggi (ad esempio lavare i vetri, i tavoli e le sedie) e vassoi per lavori di spolvero. Era importante che l’ambiente fosse ben preparato per evitare confusione, e che le famiglie potessero distribuirsi in modo naturale le attività da svolgere, scegliendo liberamente, esattamente come fanno i bambini.
Le maestre avrebbero fatto così come si fa con i bambini: presentare il lavoro e lasciare fare. Sarebbe stata una figura tanto “presente” in ambiente da fare sentire al bambino la presenza della maestra a cui rivolgersi in caso di aiuto, tanto “distante” da lasciare che il bambino sentisse la libertà di azione.
E così il 1º settembre arrivarono quasi tutte le famiglie. Avevamo chiesto loro di parlare a voce bassa e di scegliere liberamente la loro attività. In modo molto spontaneo ognuno si ritrovò ad occupare diversi spazi della scuola, sia all’interno che all’esterno. Anche i bambini iniziarono a lavorare, fu un’occasione per mostrare ai bambini come spostare una sedia, come trasportare un vassoio, parlando sempre a voce bassa. I genitori erano sorridenti e indaffarati: chi puliva i vetri, chi spazzava il pavimento, chi spolverava, alcuni papà sistemavano l’orto, altri attaccavano alla ringhiera la rete da giardino. Alcuni bambini aiutavano i genitori, altri, che frequentavano già la nostra scuola mostravano ai nuovi compagni come lavare un tavolo, come piegare le pezzette. Altri genitori con i bambini piantavano le piantine nelle aiuole. Alcune mamme scelsero la cucina, e insieme alla nostra cuoca prepararono caffè e torta.
Li guardavo e vedevo un primo passo verso la formazione di quel villaggio: anche i nuovi genitori più sospettosi o riservati, a causa di un metodo educativo diverso da quello con cui erano cresciuti loro stessi, dopo un po’ iniziarono a lasciarsi andare, facendo dei lavori insieme ad altri genitori, imparavano a conoscersi a vicenda. C’era un clima sereno, non giudicante. Nessun bambino piangeva anzi fu l’esatto opposto, a fine mattinata nessuno voleva andare via, probabilmente quel luogo era diventato “casa” per molti di loro.
Rispetto agli anni precedenti, i bambini hanno vissuto l’ambientamento in modo più sereno, probabilmente il clima di fiducia instaurato con le famiglie, rendeva i genitori più sereni nel lasciare i bambini a scuola durante i primi giorni di settembre. I bambini hanno percepito un clima di fiducia e si sono affidati alle maestre con maggiore facilità.
Durante l’anno scolastico abbiamo continuato ad aprire le porte alle famiglie rendendole partecipi di eventi informativi, giornate dedicate alla festa dei nonni, della mamma, del papà, visite degli ambienti e presentazioni di materiali. Tutto ciò ha contribuito a rendere la relazione con le famiglie più autentica. La scuola è stata vissuta come uno spazio condiviso, luogo di aggregazione, di scambi e di confronto.
L’anno scorso non abbiamo potuto organizzare la stessa giornata, poiché l’ambiente dove avevamo tenuto chiusi mobili e materiali è stato allestito come aula di vita pratica, e così abbiamo scelto di invitare tutte le famiglie a lavorare con i materiali, un giorno dove tutti, grandi e piccini ricevevano presentazioni dalle maestre e lavoravano in autonomia. Un momento che ha creato “legami” e consapevolezza rispetto al lavoro che si svolge in una scuola Montessori.
Oggi più che mai ritengo che le famiglie debbano sentirsi parte integrante del percorso di crescita che vivono i propri figli perché avvicinarsi al metodo educativo di Maria Montessori passa anche dal toccare con mano i materiali.
