Se l’educazione dovesse venir sempre concepita secondo gli antichi schemi di trasmissione del sapere non vi sarebbe più nulla da sperare per l’avvenire del mondo. Che conta la trasmissione del sapere se la formazione generale stessa dell’uomo è trascurata? […] se aiuto e salvezza possono venire, ci verranno soltanto dal bambino.1
Una tarda mattinata, un’aula scolastica, una ventina di adolescenti. Oggi potrebbero essere completamente immersi nell’attività in corso, persino, qualche volta, nell’ascoltare, prendendo appunti, mentre al centro dell’aula un adulto parla, parla, a volte parla per cinquanta minuti di fila. Altre volte, anche di fronte alla proposta più coinvolgente, si distraggono, pensano stancamente ad altro, con tutto ciò che sono comunicano che vorrebbero soltanto essere altrove. Fra questi due estremi, tante possibilità diverse per attenzione, coinvolgimento, motivazione. Il segreto sfugge, nonostante lo studio, la formazione, i corsi, le nuove tecnologie. Insegno alla scuola secondaria di secondo grado, storia e filosofia nei trienni dei licei, una platea di studentesse e studenti generalmente motivati, selezionati, spesso già orientati verso gli studi futuri. Sono perdutamente innamorata delle discipline che insegno e amo essere a scuola. Eppure, fra polemiche, documenti inutili, riunioni fiume e soprattutto di fronte a una platea di discenti per i quali la scuola sembra perdere interesse, credibilità, capacità di appassionare, risulta sempre più difficile mantenere saldo il senso di un lavoro che ho scelto pervicacemente, profondamente convinta che possa contenere il segreto per una società più giusta.
Sono arrivata all’insegnamento piuttosto tardi, scegliendo questa strada soprattutto grazie all’incontro con Maria Montessori. La maternità mi ha aperto un mondo di dubbi, scoperte e profonda trasformazione. Essere madre mi ha spinta a desiderare con forza poter offrire alle mie figlie un’educazione capace di rispondere ai loro bisogni, di essere all’altezza del miracolo della loro esistenza. La scoperta del lavoro della dottoressa Montessori mi ha aperto un mondo, rivelandomi l’esistenza di scuole pienamente in linea con i miei sogni educativi. L’incontro con Maria Montessori mi ha anche rivelato quello che avrei voluto fare della mia vita professionale. Sentivo che, se apriamo il nostro cuore all’amore che ci insegnano i bambini, è quasi impossibile non amarli tutti, amare l’umanità in tutto il suo straordinario potenziale. Maria Montessori mi ha insegnato che è possibile farlo, costruendo una scuola all’altezza. Per questo ho scelto di insegnare. Tuttavia, sia la mia esperienza di docente, sia la realtà delle scuole in cui via via si sarebbero dovute avviare le mie figlie (che però sono riuscite a frequentare almeno fino alla fine della scuola primaria percorsi Montessori, umani e imperfetti, ma sicuramente più vicini ai miei ideali) mi ha fatto scontrare con una proposta educativa non progettata per il meglio, ma spesso organizzata per riuscire appena a sopravvivere. I dati, d’altronde, parlano chiaro. L’abbandono scolastico, l’ansia, l’insoddisfazione sono realtà diffusissime. Ma è anche peggio di così: la capacità della scuola di offrire una possibilità di crescita sociale è diminuita fino quasi a scomparire, come ben illustrato da Michele Arena nel recente Dipende dalla classe.2 Per ricordare solo uno fra i molti dati possibili, arriverà alla laurea il 75 per cento dei figli di un genitore laureato. Tra i figli di chi ha la terza media, la percentuale scende al 12 per cento.3
Tre spunti montessoriani da portare in classe
Credo profondamente nella scuola come laboratorio per una società più giusta, come spazio di crescita per tutti, come luogo dove la cultura e la scienza si danno la mano per farsi orizzonte di significato. Lavorandoci dentro, tuttavia, i problemi che la affliggono sono impossibili da ignorare. Le difficoltà a trovare il tempo e la motivazione per instaurare forme di collaborazione significative sono un esempio: penso alla cronica mancanza di tempo, che si traduce in una percezione generalizzata di dover sempre andare di corsa. Le esigenze organizzative impongono orari troppo spesso poco funzionali, frazionati. È difficile mantenere la motivazione di insegnanti e studenti fra i mille progetti proposti, la documentazione richiesta, le esigenze delle discipline, che sono tante e fondamentalmente scollegate fra loro. Soprattutto, è difficile trovare una chiave comune che tenga insieme questi diversi piani: spesso le scuole fanno sentire schiacciati tutti coloro che ne fanno parte, faticando a recuperare il ruolo che pure, anzi sempre di più, dovrebbero giocare in società che cambiano rapidamente e davanti giovani troppo spesso protagonisti solo quando al centro di fatti di cronaca terribili.
Per questo, vorrei provare a delineare tre pratiche e visioni che ho imparato studiando il pensiero e l’opera di Maria Montessori e che ritengo possano guidare in modo significativo l’insegnante che si trova a lavorare in contesti non montessoriani, oltre a un’idea ulteriore per cercare di avviare questi contesti verso una trasformazione possibile. Sono spunti rivolti soprattutto ai docenti di scuola secondaria, ma che possono forse essere di interesse anche per chi si occupa di altre fasce di età. Sono elementi che mi aiutano profondamente ad orientare il mio lavoro, e mi rincuorano nei momenti di sconforto, offrendomi strumenti concreti di resistenza e trasformazione.
Il primo di questi, e forse il primo da prendere in considerazione per poter portare avanti la professione docente, è la cura del sé, intesa in senso profondamente filosofico. Stare per diverse ore ogni giorno di fronte a una platea di adolescenti, che rispondono a chi siamo, ben prima che a quello che diciamo, richiede un’energia che deve essere coltivata. Per essere insegnanti sufficientemente buoni abbiamo l’imperativo di trovare il tempo per nutrire le nostre passioni, la nostra fiducia nel mondo, la nostra capacità di provare gioia. Leggere, andare al cinema e a teatro, passare del tempo all’aria aperta non sono indicazioni ingenue che si scontrano con la cronica mancanza di tempo che attanaglia tutti noi: sono l’ossigeno necessario per poter restare presenti a noi stessi, capaci di vedere chi ci sta di fronte, lucidi nell’interpretare le sue esigenze. Coltiviamo in noi stessi la fiducia nel bello che il mondo ci offre, dedichiamo cura ed energie alle nostre relazioni, cerchiamo in ambito professionale di incarnare quei valori che vogliamo trasmettere ai nostri studenti: questi passaggi potranno costituire l’humus essenziale per permettere a noi stessi di fiorire, e a loro di trovare il modello di cui hanno bisogno per crescere. Le ore di aggiornamento, per esempio, possono essere momenti profondamente significativi, magari declinate come auto-aggiornamento fra dipartimenti, o scambio di buone pratiche; o cercando proposte che facciano sperimentare, invece che solo declamare, modi diversi e efficaci di essere scuola. Mantenere accesa la curiosità e il piacere di approfondire anche oltre le richieste professionali può sembrare un imperativo incompatibile con tutto il resto, ma spesso può fare la differenza fra una routine spenta e il ritrovare la scintilla che ci ha fatti innamorare della scuola. Voglio però ripetere il senso più immediato di questo suggerimento: se non ci prendiamo cura di noi stessi, non avremo le energie per poter sostenere la responsabilità dell’insegnamento.
In seconda battuta, ma altrettanto importante, viene l’esigenza di dare valore a ogni studente, di aiutarlo a realizzare il proprio potenziale a tutto tondo. Le scuole Montessori accompagnano dai tre anni in poi ogni bambina e ogni bambino a sviluppare appieno il proprio “potenziale umano”, che spesso, purtroppo, viene invece soffocato nel percorso educativo di troppi, costretti ad adattarsi a spazi inadeguati, insegnanti frustrati, classi sovraffollate. Arrivati alla secondaria di secondo grado, non si può pensare di recuperare gli anni passati, tuttavia trovare un giusto equilibrio fra libertà e disciplina può essere determinante nel migliorare il percorso dei nostri studenti. Ognuno ha diritto di potersi scoprire autonomo, di coltivare la consapevolezza di essere responsabile per la propria vita, di sapersi capace. Questo può tradursi in molte diverse azioni educative, grandi e piccole. Innanzitutto è necessario negoziare chiari spazi di libertà, valutando di volta in volta possibilità di scelta significative in quanto a attività, modalità, tempi. Questo, per me, si traduce ad esempio nel raccogliere e dare ascolto vero alle richieste degli studenti, che chiedo di esprimere all’inizio dell’anno, e poi periodicamente, idealmente in forma anonima. Garantendo tempi adeguati per discutere come migliorare in modo significativo l’esperienza di tutti, arriviamo a rimodulare il modo in cui vengono programmate le ore di lezione. Investo molto tempo nel consolidare pratiche di ascolto reciproco rispettoso e significativo. Anche le scelte inerenti la valutazione possono essere discusse, le domande per le verifiche studiate insieme alle classi, gli argomenti da approfondire negoziati. Ognuno deve poter sperimentare un tempo di parola, in cui essere ascoltato dal gruppo e poter contribuire al suo funzionamento. A volte serve tempo e qualche guizzo di fantasia per arrivare a ottenere questo clima in classi poco collaborative, ma farlo permette davvero di valorizzare ognuno dei suoi membri. Fondamentale è anche rinnovare la motivazione, coltivando il senso di autoefficacia di ognuno. “Il più grande errore fatto nell’insegnamento nel passato è stato quello di trattare tutti gli allievi come se essi fossero varianti di uno stesso individuo, e così sentirsi giustificati nell’insegnare loro lo stesso argomento nello stesso modo” suggerisce Gardner.4 Per evitare quest’errore, si possono trovare utili indicazioni operative nell’UDL (Universal design for learning), che risuona profondamente con i principi montessoriani.5 Maria Montessori propone un’educazione centrata sul discente, dalla nascita alla maturità, che deve permettere a tutti di declinare il proprio percorso di apprendimento in modo personale. Non sempre, in contesti non montessoriani, è possibile stravolgere alcune abitudini, ma spesso i progetti di istituto e le programmazioni di dipartimento permettono margini di manovra molto più agevoli di quanto ci si aspetta.
È sempre auspicabile, poi, trovare il tempo per progetti di ampio respiro, davvero multidisciplinari, che possano anche essere l’occasione per ripensare la valutazione come consiglio di classe. Ci sono azioni che possono fare la differenza nel portare gli adolescenti dal fruire passivamente di una scuola percepita quasi come un carcere, a sentirsi membri attivi di una comunità che hanno scelto: almeno una volta per anno scolastico, proporre modi diversi per presentare i risultati di un progetto individuale, tramite un portfolio, una conferenza, o ancora meglio progettando azioni concretamente al servizio della scuola o della comunità può fare la differenza. “Come possiamo obbligare il bambino a interessarsi quando l’interesse può sorgere solo dall’interno? Dall’esterno possiamo ottenere solo l’assolvimento del dovere e la fatica, mai l’interesse!”.6
Per verificare che tutte queste progettualità, ma anche l’attività didattica consueta, stiano funzionando al meglio per coloro che ne sono destinatari, può essere interessante programmare degli incontri individuali con ogni studente, magari mentre gli altri sono impegnati in progetti cooperativi. Una manciata di minuti di confronto a tu per tu può essere fondamentale per rafforzare una relazione di fiducia, per correggere il tiro se ce ne fosse bisogno, per raccogliere un rimando anche sul benessere di chi abbiamo di fronte, in modo più empatico e ad ampio raggio dei consueti momenti di valutazione diagnostica, pur importanti. Anche il colloquio con le famiglie può trasformarsi in un momento di effettiva collaborazione e confronto, spostando il focus dai risultati scolastici alla crescita degli studenti, cercando anche di prendersi il tempo per condividere uno sguardo sincero su punti di forza e quelli invece cui prestare attenzione per migliorare. E, car* collegh*, cercate di partire sempre da un punto di forza! Anche il più tempestoso Gianburrasca ne ha. Quando invece abbiamo una studentessa di capacità eccezionali, non liquidiamo il genitore con l’elenco dei voti. Ognuno si merita di essere visto nel suo intero.
Il terzo punto che ci insegna Maria Montessori, in effetti, è amare l’umano. Può sembrare il più fumoso o retorico di questi suggerimenti, che in ultima istanza potrebbe ridursi a un vago buonismo, poco adatto alla serissima attività dell’insegnamento, definita come “la più complessa, sfidante, impegnativa, sottile, variegata e terrorizzante attività che la nostra specie abbia mai inventato”.7 Eppure non sarebbe possibile pensare di insegnare qualsiasi cosa senza credere che l’apprendimento è possibile, che ci rende persone migliori, e che l’essere umano ha in sé il potenziale per il bene. Le più profonde crisi che accompagnano l’insegnamento, credo, nascono dall’aver smarrito questa consapevolezza, questo necessario universo di significato, annegandolo nel rumore di fondo delle richieste inutili, della fretta, del carico di lavoro che oggettivamente è importante e non adeguatamente riconosciuto. La nostra specie è capace di abissi terribili, ma abbiamo anche il potenziale di compiere atti straordinari, di comporre sinfonie, di commuoverci per un’opera d’arte o per una piccola gentilezza. La fiducia in questo potenziale deve nutrire la nostra azione educativa, che invece troppo spesso si arena nel liquidare i nostri alunni con giudizi affrettati e poco generosi: non si impegna, chiacchiera troppo, va riorientato… Troppo spesso ci si rivolge agli adolescenti con toni sbrigativi, dimenticando che questo “è un periodo decisivo, delicato, rispettabile che si presenta alla nostra responsabilità”.8 Invece dobbiamo credere profondamente nel potenziale di ogni studente, incoraggiandolo, offrendo modi diversi per raggiungere i risultati previsti, programmando tempi flessibili, inserendo frequentemente possibilità di scelte significative, valorizzando interessi e talenti anche al di fuori dell’ambito strettamente disciplinare.
Per me, questo si traduce nell’offrire a chi lo ama la possibilità di disegnare, per esempio in un cartellone riassuntivo o nel permettere approfondimenti inusuali, purché portati avanti in modo rigoroso (la storia della musica, o della moda, o della medicina, per esempio). «Ciò che ci importa è il “fine dell’uomo”. E questo fine non può ridursi a immagazzinare conoscenze per l’esercizio di una professione».9 Siamo custodi della parte più preziosa del nostro mondo, e dobbiamo avere il coraggio di mantenere un orizzonte ampio, di parlare di valori, di permettere al pensiero di fiorire.
In conclusione: da soli non si può, insieme si deve
Eppure tutto questo, la cura di sé, l’attenzione allo studente, la fiducia nel potenziale umano, rimane lettera morta se rimane confinato nella singola aula, nella singola ora, nel singolo insegnante. Il messaggio cruciale è che riuscire a portare avanti un programma di rinnovamento amorevole da soli non è mostruosamente difficile, è proprio impossibile. Da precari, e sappiamo quanto la scuola italiana cannibalizzi il precariato, questo può essere un ostacolo insormontabile, rischiando, quando finalmente si arriva al ruolo, di aver esaurito completamente le proprie risorse e dovendo ricorrere a strategie di mera sopravvivenza. Ma non deve essere così. In ogni scuola ci sono colleghe e colleghi magari esausti, ma coi quali è possibile ricostruire un senso comune. Insegnare è davvero uno dei lavori più entusiasmanti, raffinati e stimolanti che esistano. Abbiamo il futuro fra le mani. Abbiamo il privilegio di poter continuare a studiare sempre. Troppo spesso il peso della responsabilità, la fatica, le difficoltà sembrano pesare sulle spalle del singolo insegnante. Parlo in particolare per la secondaria, che potrebbe utilmente accogliere dai gradi precedenti almeno le ore comuni dedicate alla programmazione. Si può proporre al collegio docenti di riconoscere almeno qualche ora aggiuntiva ai consigli di classe per valorizzare le connessioni interdisciplinari, invece che ridurci a confrontarci solo davanti alla macchinetta del caffè. Abbiamo il dovere di allearci, fra di noi, con le famiglie, con la società, e di offrire a bambine e bambini, ragazze e ragazzi il meglio possibile. Non è un cammino facile, e non è un cammino che si può percorrere in solitaria. La trasformazione della scuola in un luogo “a misura di umano” è un atto di resistenza politica nel senso più alto del termine: significa rifiutare l’idea che il destino di uno studente sia scritto sul suo certificato anagrafico o nel titolo di studio dei genitori e agire perché la libertà diventi pratica quotidiana per poter essere patrimonio collettivo al servizio di un futuro più luminoso.
Maria Montessori ci ha dato la bussola, ricordandoci che siamo i custodi del potenziale umano; un compito a tratti terrorizzante, ma meraviglioso. Costa fatica, richiede studio e un’ostinata cura della propria capacità di provare gioia. Ma questa è la strada per trovare quel segreto che cerchiamo, quella scintilla di interesse che brilla improvvisa negli occhi di un adolescente, per restituire dignità al lavoro più entusiasmante del mondo.
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M. Montessori, La mente del bambino, Garzanti, Milano, 2012, p. 2. ↩︎
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M. Arena, Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista, Il Margine, Trento, 2025. ↩︎
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C. Tucci, “Solo il 12% dei figli si laurea se i genitori sono poco istruiti”, Sole 24 ore, 28 febbraio 2021, https://www.ilsole24ore.com/art/solo-12percento-figli-si-laurea-se-genitori-sono-poco-istruiti-ADyQdrMB. ↩︎
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H. Gardner, Educazione e sviluppo della mente. Intelligenze multiple e apprendimento, Erickson, Trento, 2005, p. 9. ↩︎
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Si veda, per esempio, N. Rosati, «Montessori Method and Universal Design for Learning: two methodologies in conjunction for inclusive early childhood education». Ricerche di Pedagogia e didattica, vol. 16, n. 2, 2021, pp. 105–116. Anche le thinking routines possono offrire strumenti di coinvolgimento degli studenti utili: https://pz.harvard.edu/thinking-routines. ↩︎
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M. Montessori, Come educare il potenziale umano, Garzanti, Milano, 2011, p. 20. ↩︎
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L. Shulman, The Wisdom of Practice: Essays on Teaching, Learning, and Learning to Teach. Jossey-Bass, San Francisco, p. 504. ↩︎
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M. Montessori, Dall’infanzia all’adolescenza, Franco Angeli, Milano, 2006, pp. 110-111. ↩︎
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Ivi, p. 140. ↩︎
