La lezione del silenzio costituisce una di quelle scoperte straordinarie, nonché casuali, che Maria Montessori ha compiuto nella prima Casa dei Bambini inaugurata nel quartiere di San Lorenzo a Roma nel 1907. Ne parla per la prima volta nel volume La scoperta del bambino.1
La Casa dei Bambini si trovava all’interno di un edificio popolare rinnovato dall’Istituto romano dei beni stabili, e ospitava i bambini delle famiglie residenti in quell’immobile.
Una mattina una delle residenti vi accompagnò il figlio portando con sé la sorellina neonata. A quella vista Maria Montessori ebbe una delle sue intuizioni geniali e volle verificare come avrebbe reagito la classe al cospetto di una creaturina tanto delicata e silenziosa. Introdusse quindi ai bambini la piccina, che subito le si fecero attorno incuriositi, indicandola a loro come una “maestrina” del silenzio, invitandoli ad osservare quanto fosse tenue il suono del suo respiro e sfidandoli a riuscire a fare altrettanto.
I bambini si posero immediatamente in uno sforzo di concentrazione e autocontrollo per imitare la piccola maestrina.
Nacque così quel piccolo miracolo che ancora si verifica nelle Case dei Bambini di tutto il mondo quando noi maestre invitiamo i bambini a partecipare alla lezione del silenzio.
Durante la mia prima esperienza come maestra montessoriana, forte della specializzazione nel metodo appena conseguita, pensavo che per raggiungere la normalizzazione del gruppo classe sarebbe stato sufficiente preparare l’ambiente a misura di bambino, con i materiali di sviluppo e tutto l’occorrente per la vita pratica e l’esercizio fino motorio, e che oltre a ciò servisse soltanto un impegno di cura e pazienza nel presentare ogni materiale ai bambini. Quanto mi sbagliavo!
È stato solo dopo molta esperienza e tanti inciampi, che ho finalmente compreso che per iniziare occorre fare appello allo straordinario patrimonio di esercizi di grazia e cortesia che sono il pane quotidiano che nutre la normalizzazione, e solo successivamente si creano quella concentrazione, quell’autodisciplina e quell’interesse che permettono di presentare i materiali e le attività ad ogni bambino in modo funzionale ed efficace rispetto ai suoi bisogni specifici, consentendo al singolo ed al gruppo di lavorare serenamente e attivamente alla costruzione di sé e della piccola comunità della classe.
Tra gli esercizi di grazia e cortesia che ho man mano introdotto ad ogni inizio anno scolastico, ciò che davvero faceva la differenza era la pratica quotidiana della lezione del silenzio, che avevo introdotto nella routine di accoglienza.
Al mattino, quando i bambini entravano a scuola, venivano invitati a prepararsi posando autonomamente i loro indumenti e oggetti personali nel posto loro assegnato. Successivamente invitavo ciascun bambino a trovarsi un lavoro, cioè a scegliere un materiale con cui lavorare, oppure una attività di vita pratica da svolgere, invitandoli a tener presente che fosse un lavoro non troppo lungo da svolgere perché una volta arrivati tutti i bambini, ognuno di loro potesse partecipare alla lezione del silenzio senza dover interrompere un lavoro avviato. Sceglievano quindi attività individuali di esecuzione abbastanza rapida e si preparavano psichicamente a quell’atto collettivo.
Giunti in classe tutti i bambini, il suono di una campana tibetana richiamava alla lezione del silenzio. Seduta su un grande tappeto, facevo suonare la campana, dolcemente e una sola volta. Aspettavo che ciascuno di loro, terminato il lavoro individuale, riponesse autonomamente oggetti e materiali al loro posto, e venisse infine a sedersi vicino a me, formando un cerchio.
A questo punto invitavo i bambini a trovare una posizione comoda nella quale poter restare un po’ di tempo senza disturbare i compagni seduti accanto a loro, e ripetevo ai bambini queste poche parole, il “mantra” del silenzio:
Il silenzio in natura non esiste, perché tutto l’universo è in movimento e il movimento crea il suono. Per fare il silenzio occorre uno sforzo di volontà per restare immobili, senza emettere nessun rumore. È difficile fare silenzio, bisogna proprio concentrarsi per restare fermi. Quando la maestra suona la campana tibetana ciascuno farà il silenzio, fino a quando la suonerà di nuovo e, uno per volta, racconteremo agli altri che cosa abbiamo potuto ascoltare durante il silenzio.
Procedevo quindi col primo rintocco, mi immobilizzavo e rallentavo il respiro. Restavo in ascolto osservando i bambini. Si impegnavano in uno sforzo di autocontrollo molto grande: trattenere quel piede che tenta di sfuggire alla compostezza, respirare cercando di non fare rumore, sublimare i desideri naturali di movimento e interazione, per giungere infine a cogliere i rumori minimi prodotti dall’ambiente circostante.
Per alcuni di loro, indipendentemente dall’età anagrafica, si trattava di uno sforzo davvero alto, ed attraverso questa difficoltà che diminuiva con il continuo esercizio dell’autodisciplina, riconoscevano alla lezione del silenzio un altrettanto alto valore e significato.
Mano mano che il loro corpo ubbidiva alla forza di volontà della mente, lo spazio energetico della mobilità veniva completamente abitato dalla concentrazione e dalla trascendenza.
Nel corso dei mesi di pratica del silenzio alcuni giungevano ad abilità che mi stupivano: trattenere uno sbadiglio, un colpo di tosse o uno starnuto, diventava una sfida interessante da superare, e li colmava di orgoglio quando, terminato il silenzio, nessun compagno poteva riferire di averli uditi sbadigliare, tossire o starnutire.
Restava tra noi, in quell’atto collettivo di volontà e di cooperazione, una muta promessa di serenità, e la conquista condivisa di arrivare alle percezioni sonore minime e delicate di quel sottofondo che inconsapevolmente ci accompagna ogni giorno, fino a conquistare “una esplosione di rumori minimi”:2 il tic-tac dell’orologio, lo scorrere dell’acqua, il respiro di chi siede vicino a noi, un suono di motore all’esterno, prima indistinto, e poi man mano con l’esercizio, classificabile come aereo, auto, moto. Un cinguettio indistinto diventava tanti cinguettii diversi e col tempo riconoscibili e identificabili con una specie specifica, e infine la ricchezza e la varietà delle voci e dei suoni della vita della gente per strada.
Spesso svolgevamo l’esercizio con le finestre aperte, quando la temperatura mite lo consentiva. Ogni volta che potevamo, facevamo la lezione del silenzio all’aria aperta, proprio per arricchire l’esperienza con tanti stimoli sonori ambientali.
Capitava ogni tanto che una bambina o un bambino non volessero partecipare alla lezione del silenzio. Trattandosi di una “lezione totalitaria”,3 ma che si esegue in un ambiente pedagogico in cui si riconosce come primario il valore della libera scelta del bambino, rispondevo alla richiesta di astensione di qualcuno dando loro poche semplici regole: “se lo desideri puoi svolgere un altro lavoro in solitudine, qui vicino a noi, ma lo dovrai svolgere cercando di non fare neppure il minimo rumore per non disturbare il silenzio”.
Questi bambini erano lieti che venisse loro offerta una alternativa, e cercavano volontariamente tra le molte proposte di materiali di sviluppo presenti nell’ambiente quelle più silenziose, dopo di che si mettevano al lavoro tenendo fede alla promessa fatta. Non appena la campana tibetana annunciava l’avvio al silenzio, ecco che anche loro, dalla loro postazione di lavoro, affinavano il controllo motorio e la concentrazione per ridurre al minimo i suoni prodotti dalle loro azioni. Anzi molto spesso le sospendevano del tutto, in attesa che la campana tibetana suonasse di nuovo, di fatto così partecipando anch’essi indirettamente alla lezione collettiva, se pur da una posizione diversa nella stanza.
Questo sforzo naturalmente era necessario che fosse compiuto anche dagli adulti presenti, l’ausiliaria o la collega che magari in quel momento erano occupate nel loro lavoro: dalla posizione in cui si trovavano, anche esse sospendevano la loro attività ed i rumori, per rispettare il silenzio.
Con il passare dei giorni anche i bambini che inizialmente avevano espresso la volontà di svolgere un lavoro alternativo prendevano parte con entusiasmo alla lezione del silenzio sedendosi in cerchio con tutti gli altri. Con lo scorrere delle settimane e la ripetizione dell’esercizio del silenzio passava un tempo sempre più lungo tra il primo suono di campana che apriva il silenzio e il secondo che lo chiudeva, fino a raggiungere a fine anno, dopo le moltissime lezioni del silenzio svolte, anche a tempi lunghi di vari minuti di immobilità e concentrazione.
Per bambini così piccoli era certamente un risultato degno di nota, che li rendeva molto fieri, consci come erano dello sforzo personale e collettivo richiesto per raggiungere una simile conquista.
Notavo anche che i tempi di calma e concentrazione durante la giornata diventavano spontaneamente più frequenti e duraturi, si dilatavano i tempi di lavoro, si distendevano più facilmente e rapidamente gli stati emotivi contratti, si risolvevano più facilmente i piccoli conflitti, si sviluppava autenticamente un crescente stato di benessere psicofisico di tutti i bambini che lavoravano finalmente “entusiasti in silenzio […] interrotto solo dal necessario rumore degli oggetti in movimento e dalla manipolazione del materiale”.4
Mi colpiva particolarmente la partecipazione alla lezione del silenzio di bambini con difficoltà linguistiche, ad esempio disturbi fonologici, ritardi nello sviluppo del linguaggio articolato, o bambini con una lingua madre diversa da quella italiana.
Osservavo che per loro questa attività rappresentava un autentico momento di inclusione, consentendo di esprimere con le loro forze psichiche e con l’autocontrollo motorio, la volontà e il piacere intrinseco di essere parte di un gruppo di pari.
Durante la fase in cui ciascuno descriveva ciò che aveva potuto cogliere a livello uditivo, inizialmente questi bambini scuotevano la testa per comunicare che non avevano percepito niente, col tempo vocalizzavano un succinto “nulla”, e dopo alcuni mesi nei quali avevano potuto sviluppare le facoltà linguistiche attraverso i numerosi materiali a ciò dedicati che avevo predisposto in ambiente, giungevano alla conquista più grande: poter dire il nome di ciò che avevano udito alla silenziosa e attenta platea dei loro compagni.
Questo procurava loro tanta gioia e fierezza e li invogliava sia a lavorare ancor di più con i materiali di linguaggio sia ad interagire socialmente proponendosi di svolgere attività a coppie e partecipando sempre più attivamente alla convivialità dei pasti ed ai momenti di gioco libero in giardino.
Ho avuto anche occasione di svolgere questa routine del silenzio coinvolgendo sia una classe di infanzia sia una di primaria. Ho potuto osservare in quella occasione che il bisogno e la “poesia del silenzio”,5 condizione di calma necessaria all’ascolto di sé, sono davvero trasversali e non connotati dall’età; inoltre lo svolgimento di una attività che necessita la cooperazione e la dedizione di un gruppo ampio di bambini li dispone spontaneamente ad un profondo senso di responsabilità e di solidarietà che promuovono un’autentica “società per coesione”.6
I bambini più maturi si sedevano spontaneamente vicino ai più piccoli per offrire loro un esempio da emulare, più prossimo rispetto a quello dell’adulto, facilitando l’autocontrollo motorio e rappresentando una risorsa linguistica per narrare agli altri il frutto del silenzioso in ascolto dell’ambiente, rispondendo a quel bisogno naturale fortissimo che è costituito dal riconoscimento del proprio valore dai compagni più grandi.
La pratica del silenzio era la colazione psichica dei bambini, soprattutto di quelli che più faticavano a ritrovare il proprio centro, quell’atto di autonutrimento che segnava l’andamento sereno dell’intera giornata, che ricollocava tutti in un ordine interiore ed esteriore, forti del quale poter esprimere il loro massimo potenziale cognitivo e sociale.
Il dono del silenzio ha permesso di spalancare le porte della coscienza e della conoscenza dei bambini, di condurli naturalmente alla percezione di sé e del tutto di cui sono parte, riconnettendoli al maestro interiore che guida il loro straordinario percorso di crescita, riportandoli al qui ed ora, in ascolto profondo dell’universo, attorno e dentro di loro.
-
La scoperta del bambino, Garzanti, Milano 1999, p. 167. Vi è un capitolo intitolato Il silenzio. ↩︎
-
M. Montessori, “L’esercizio del silenzio”, Lezioni del 1926, Vita dell’Infanzia, maggio/agosto 2016, anno LXV, n. 5/6-7/8, pp. 33-38. ↩︎
-
M. Montessori, Lezioni dall’India 1939, Il Leone Verde, Torino 2022, p. 81. ↩︎
-
M. Montessori, Cultura del bambino e igiene mentale, “Call and Post”, 27 Settembre 1915 in Lezioni della California 1915. Conferenze e articoli, Il Leone Verde, Torino 2024, p. 341. ↩︎
-
M. Montessori, Educare alla libertà, Mondadori, Milano 2020, p. 126. ↩︎
-
M. Montessori*, La mente del bambino*, Garzanti, Milano 1999, p. 233. ↩︎
